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Morì per esposizione all’amianto, condanna confermata per Rfi

Roma - Lo ha deciso la Cassazione. I giudici di primo grado avevano escluso la prova dell’esposizione pericolosa mentre quelli di merito, al contrario, erano pervenuti all’accertamento del nesso causale tra le mansioni nocive e la malattia.

Roma - La sezione lavoro della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della corte di appello di Roma che il 17 luglio 2014 aveva condannato Rfi - Rete Ferroviaria Italiana spa - al risarcimento dei danni richiesti dagli eredi di F.A., che lavorando per diversi anni come aggiustatore meccanico delle Ferrovie dello Stato a diretto contatto con vetture coibentate con amianto, è deceduto per malattia professionale (mesotelioma peritoneale). I giudici di primo grado avevano escluso la prova dell’esposizione pericolosa mentre quelli di merito, al contrario, erano pervenuti all’accertamento del nesso causale tra le mansioni nocive e la malattia, dopo aver disposto una consulenza tecnica d’ufficio e sulla scorta dell’accertamento svolto dall’Inail. Una conclusione recepita dalla Cassazione, che, tra l’altro, non ha ravvisato alcuna violazione di legge, «non avendo il datore di lavoro, in presenza di prova della nocività delle mansioni svolte dal dipendente e del nesso causale tra le stesse e la malattia, fornito prova liberatoria». «Confermando la sentenza di appello - ha commentato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto nonchè difensore dei familiari della vittima - la Cassazione ha posto la parola fine a una lunga vicenda processuale e umana».

L’Osservatorio Nazionale Amianto ha da tempo avviato una campagna di rilevazione con riferimento all’impatto dell’amianto sulla salute umana e di tutela delle vittime dell’amianto per l’utilizzo della fibra killer nel comparto ferroviario (con uno sportello che può essere raggiunto telematicamente a questo indirizzo ). E il quadro dei dati emersi relativi alla presenza di amianto in questo comparto (rotabili ferroviari e installazioni/massicciate ferroviarie) non è affatto rassicurante. «Fino al 2015 - spiega l’ONA in una nota - sono stati censiti 619 decessi dei lavoratori, cui vanno aggiunti altri 116 tra coloro che hanno abitato nei dintorni delle stazioni ferroviarie e delle altre installazioni ferroviarie, per un totale di 735 vittime. Il tutto al netto dei casi di mesotelioma che sono stati registrati tra coloro che hanno lavorato nelle ditte esterne e/o che si sono occupate della costruzione e/o della scoibentazione e/o della manutenzione delle carrozze ferroviarie. E poichè i mesoteliomi sono solo la punta dell’iceberg, con riferimento alle altre patologie asbesto correlate (tumore del polmone, della laringe, della faringe, delle ovaie, l’asbestosi, in ordine a quelle per cui vi è unanime consenso scientifico), l’impatto complessivo sulla salute umana dei dipendenti delle Ferrovie dello Stato e di coloro che hanno abitato nei dintorni delle stazioni ferroviarie può essere stimato in circa 3.000 decessi (per difetto), rispetto alla reale portata dell’epidemia in corso».

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