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«Caccia alla plastica che uccide il mare» / INTERVISTA

Genova - Ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica: «Come se entrassero in acqua tutti insieme - dice Francesca Garaventa, ricercatrice della sede genovese dell’Ismar , l’Istituto di scienze marine del Cnr - un milione di elefanti africani»

Genova - Ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica: «Come se entrassero in acqua tutti insieme - dice Francesca Garaventa, ricercatrice della sede genovese dell’Ismar , l’Istituto di scienze marine del Cnr - un milione di elefanti africani». Membro della commissione italiana dell’Imo (braccio marittimo dell’Onu) Garaventa fa parte della squadra di ricercatori dell’Ismar che studia l’inquinamento prodotto dalle materie plastiche.

Con tutti gli sforzi e le campagne per il riciclo, com’è possibile?

«Bisogna uscire dalla dimensione europea, guardare quello che succede nel resto del mondo. In base agli ultimi dati completi, il volume dei rifiuti plastici non gestiti (non riciclati, ma nemmeno conferiti in discarica: semplicemente abbandonati) nel 2010 era di 26,5 milioni di tonnellate, primo Paese la Cina con 8,8 milioni di tonnellate seguita di Indonesia e Filippine. I 23 Paesi Ue che si affacciano sul mare producono meno di 300 mila tonnellate di rifiuti non gestiti, una parte molto ridotta del totale. A condizioni costanti la proiezione sul 2025 è 58 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, con Cina e Indonesia che duplicano, e Filippine che triplicano la produzione: 8 milioni di tonnellate è la stima dei rifiuti non gestiti e inghiottiti dal mare dei 275 milioni di rifiuti plastici prodotti annualmente in 192 Paesi costieri».

Da qui le zuppe di plastica sui fondali, le mega-isole galleggianti degli Oceani.

«Però quelli sono fenomeni macroscopici, per i quali si possono o si potrebbero avviare adeguate contromisure. Ma gran parte di questi volumi di plastica si rompono, fino a diventare micro-frammenti o nano-frammenti. Quando in scienza si comincia a parlare di “nano”, significa dimensioni così ridotte da entrare nei tessuti degli organismi. Molta della plastica che finisce in mare è già sotto forma di frammento: dentifrici con i micro-granuli, detersivi, creme anti-esfolianti. Tra gli ingredienti c’è la sigla Pet, polietilene tereftalato: insomma, micro-palline di plastica. Poi c’è la degradazione dei corpi più grandi: non immaginiamo solo le grandi discariche in Asia, pensiamo cosa rimane in spiaggia dopo una giornata d’estate: materassini, braccioli rotti...”.

Rimedi o contrasti a questo fenomeno?

«Non ancora: può stupire, ma la plastica è un fenomeno relativamente recente, con appena una cinquantina d’anni di esistenza. La struttura chimica degli altri agenti inquinanti marini permette o ha permesso di trovare soluzioni per contrastarli o limitarli, la plastica non reagisce e ovviamente non è biodegradabile. Ricordo che parliamo di micro-plastiche: questo significa piccoli frammenti, che noi biologi stiamo cominciando a riscontrare anche nella catena alimentare, ingeriti da organismi che chiamiamo “cavalli di Troia”».

Quindi come Ismar che cosa state facendo?

«Studiamo, nel contesto del programma europeo Ephemare, come e dove le micro-plastiche si accumulano, in quali organismi, per capirne il “comportamento” in base per esempio ai differenti pesi, alle correnti, alle stratificazioni. Non è detto che in una riserva marina le concentrazioni di micro-plastiche siano più basse rispetto a un’area portuale. Dobbiamo prima di tutto imparare a conoscere il fenomeno, e a farlo conoscere. Proprio per questo da venerdì condurremo insieme al Stazione zoologica marina di Napoli e all’Università politecnica delle Marche un campionamento e un’analisi delle acque italiane, da Genova ad Ancona per circa due settimane, monitorando sia aree naturali come l’Arcipelago Toscano, Ventotene, le Tremiti, sia porti come Livorno, Napoli o Bari. Lo faremo però con una campagna divulgativa curata con Greenpeace: nel nostro viaggio saremo ospiti della nave “Rainbow Warrior”, da oggi a Genova, impegnata in una campagna di informazione estiva per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’inquinamento da materie plastiche».

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