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Dubbi sulla svolta “green” della Cina / ANALISI

Pechino - Il governo promette meno emissioni e più attenzione per l’ambiente. Scelta politica o grande bluff?

Pechino - La Cina sta cercando di darsi un volto più “green”, dichiarando di voler “ripulire” i suoi investimenti oltreoceano, a partire dal progetto “One Belt One Road”, ovvero quello che viene anche definito “la nuova Via della Seta”.

Ad affermarlo è Ma Jun, consigliere speciale del governatore della Banca Popolare Cinese ed esponente top della cosiddetta “green finance”, durante una conferenza sul tema svoltasi a Parigi nelle scorse settimane. Punto di partenza di questa svolta - che, almeno nelle parole, potrebbe apparire epocale - sembra essere l’ormai rinomata iniziativa Belt and Road, un progetto strategico fortemente voluto e portato avanti da Pechino per il miglioramento dei collegamenti e della cooperazione tra i paesi dell’Eurasia.

Nuove strategie

Definita anche “iniziativa della zona e della via”, la strategia mira a promuovere il ruolo centrale della Cina negli equilibri internazionali grazie alla costruzione di infrastrutture per un valore complessivo di 900 miliardi di dollari. In questo modo, ovviamente, verranno anche favoriti i flussi di investimento internazionali e gli sbocchi commerciali per i beni cinesi.

L’impatto economico e ambientale di questa iniziativa è enorme. I paesi coinvolti, nel loro insieme, hanno una popolazione totale pari a tre volte quella della Cina, un dato che fa ben capire come ogni scelta possa avere conseguenze di grandissima portata: «In poche parole questo significa che, se nulla viene fatto, anche le emissioni prodotte potrebbero essere pari a tre volte quelle della Cina» ha spiegato lo stesso Ma Jun.

«La mia mission è assicurarmi che gli investitori cinesi, nell’ambito dell’iniziativa Belt and Road, siano alla ricerca di cosiddetti investimenti “green” e per questo motivo diventa indispensabile anche il supporto internazionale».

La promessa di Pechino

Lo stesso presidente cinese Xi Jinping, nel corso del primo forum sulla Belt and Road che si è svolto lo scorso maggio, ha promesso che verranno assolutamente sostenute tutte le opportunità riguardanti nuove forme di produzione di energia “pulita”. Dalle parole ai fatti, tuttavia, la distanza è immensa. Non è facile cambiare improvvisamente il volto di un paese, tra i più grandi al mondo, che ha costruito per decenni la sua fortuna sul carbone e che, nella realtà, non ha ancora smesso di farlo.

Dati alla mano, la Cina rimane ad oggi ancora il più grande investitore mondiale in impianti a carbone. Secondo un report diffuso dal Global Environment Institute sono stati identificati ben 240 progetti - ancora basati sul carbone e sostenuti dalla Cina - nella fascia di paesi del Belt and Road, vale a dire India, Indonesia, Mongolia, Vietnam e Turchia.

Gli scettici: «È un bluff»

I più scettici sostengono che questa nuova improvvisa volontà “green” di Pechino possa essere solo un bluff, fumo negli occhi per i partner internazionali, un mezzo per salvare le apparenze e non per cambiare la sostanza. Secondo i critici, basterebbe dare un’occhiata alle linea guida cinesi dedicate alla cosiddetta “green finance” per realizzare come queste siano fittizie e assolutamente non rispettose degli standard internazionali. In base a queste “guidelines”, infatti, sarebbero classificati come “green” anche un buon numero di impianti a carbone ad alta efficienza.

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