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Riciclo della plastica, da business a problema / FOCUS

Genova - «Era un affare da oltre 100 euro a tonnellata. Ora è soltanto un costo».

Genova - Il 17 aprile a Modugno, in provincia di Bari, un deposito di imballaggi di plastica è andato in fumo in pochi minuti. Lo stesso era accaduto il 15 aprile a Povegliano, in provincia di Treviso, e il 24 marzo a Pianezza, nel torinese. È da mesi che episodi simili si ripetono al ritmo di uno o due alla settimana, in tutta Italia.

L’origine dei roghi è in gran parte da accertare, il sospetto è che in più di un caso sia volontaria. Da qualche mese l’industria del riciclo si è inceppata, trovare acquirenti per gli imballaggi di plastica usati o per la carta da macero è diventato un problema, qualche imprenditore del riciclo potrebbe pensare che la soluzione più semplice sia dar fuoco al deposito e farsi risarcire dall’assicurazione.

«La plastica era un business, sta diventando un costo». Christian Bonavita è cresciuto nel ramo. La sua ditta, la Fratelli Bonavita di Genova, gestisce la raccolta dei rifiuti a Cogoleto e nei comuni della Val Fontanabuona. I suoi stabilimenti, a Genova e Lumarzo, non sono tra quelli andati in fiamme. Ma le difficoltà si fanno sentire anche per lui. «Il mercato è saturo, non riesce più a ingoiare tutta la plastica e la carta che produce».

Duecento chilometri più a nord Roberto Sancinelli vive su scala più vasta una situazione identica. «Fino a pochi mesi fa vendevamo la plastica a un minimo di 100 euro a tonnellata. Oggi per quella stessa tonnellata, se vogliamo mandarla in un termovalorizzatore, siamo noi a dover pagare fino a 140 euro». Sancinelli è presidente e amministratore delegato della Montello spa, gigante del riciclo della plastica. «Il nostro settore - è il suo appello - ha bisogno di incentivi, la politica deve aiutarci».

Le idee sul tavolo sono due. «In tutta Europa è in discussione l’abbattimento dell’Iva sui prodotti che vengono realizzati con materiale riciclato», segnala Emmanuel Katrakis, segretario generale di Euric, la confederazione delle industrie europee del riciclo. «Renderebbe quei prodotti molto più convenienti, stimolerebbe gli investimenti che sono necessari per rilanciare il comparto». L’altra idea, ricorda Katrakis, si concentra sulle gare d’appalto della pubblica amministrazione. «Ogni volta che una pubblica amministrazione acquista con gara dei prodotti, bisognerebbe introdurre un punteggio più alto per le aziende che forniscono prodotti fatti con materiale riciclato».

Queste proposte circolano da anni ma sono diventate di stringente attualità dopo che, il 18 luglio 2017, la Cina ha messo un limite alle importazioni di rifiuti da riciclare. Fino ad allora Pechino importava ogni anno decine di milioni di tonnellate di materiali da riciclare. Il 18 luglio ha introdotto la soglia dello 0,5% delle impurità. Una tonnellata di contenitori di plastica usati o di carta da macero può avere al massimo 5 chili di elementi estranei, come le etichette di carta sulle bottiglie del latte o le graffette di metallo sui fogli.Katraki ricorda che «in Europa la soglia è dell’1,5% ed è già bassissima. Portarla allo 0,5% vuol dire chiudere le frontiere. Il risultato è che le nostre industrie stanno esplodendo».

In Italia il quadro è aggravato da una carenza cronica di impianti dove bruciare i rifiuti in eccesso. Sono quaranta, concentrati al Nord (nessuno in Liguria), e applicano tariffe salate. Secondo le stime fatte dal governo Renzi nel 2016, e rimaste sulla carta, ne servirebbero altri otto. «Gestire la plastica sta diventando un costo insostenibile», dice Bonavita. «Venti euro a tonnellata per l’imballo, altri 20 in media per il trasporto, e almeno 90 se la mandiamo a bruciare in un termovalorizzatore. Oggi la raccolta per i Comuni la facciamo gratis, ma di questo passo dovremo farci pagare»

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