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«Sbaglia chi dice che i robot rubano il lavoro» / INTERVISTA

Genova - «Il termine “robot” deriva dal ceco robota , ossia “lavoro servile o servizio sul lavoro”. Mai come oggi credo in questa definizione, e rifiuto la tesi secondo cui la tecnologia tolga lavoro all’uomo». Respinge i timori riportati ieri dall’inchiesta del Secolo XIX Alessandro Santamaria, amministratore delegato di Roboteco

Genova - «Il termine “robot” deriva dal ceco robota , ossia “lavoro servile o servizio sul lavoro”. Mai come oggi credo in questa definizione, e rifiuto la tesi secondo cui la tecnologia tolga lavoro all’uomo».

Respinge i timori riportati ieri dall’inchiesta del Secolo XIX Alessandro Santamaria, amministratore delegato di Roboteco, azienda che da Ceranesi, alture di Genova, controlla tre stabilimenti e oltre 3.000 robot installati nel settore saldatura, con clienti alcune delle maggiori case automobilistiche mondiali, inclusa Fca. L’azienda che ha preso il volo qualche anno fa grazie al concetto della “frugal automation”, l’automazione sostenibile: «In pratica - spiega Santamaria - è la tecnologia dove serve: un tempo c’era un grande fratello che controllava da remoto decine di processi produttivi. Bastava si rompesse un pezzo, e l’intera catena doveva fermarsi. Oggi c’è uno sviluppo a celle, dove la persona è al centro della produzione, sostenuta dalla tecnologia».

Bene, ma come si fa a dire che più robot significa più lavoro?

«È l’obiettivo dell’Associazione di robotica e automazione di cui faccio parte e che riunisce le imprese italiane del settore, ma anche enti di ricerca e università. Partiamo dal fatto che l’uomo da sempre usa l’ingegno per diminuire la fatica. Il primo robot non è stato il telaio meccanico, ma l’aratro. La tecnologia ancora oggi percorre ancora questa tendenza storica. Perché più tecnologia significa più crescita economica, e più crescita significa più lavoro: se un’azienda rifiuta la tecnologia non è più competitiva, e in breve è destinata a chiudere».

Quindi secondo lei più saranno i robot, più ci sarà lavoro?

«Non secondo me, ma secondo le statistiche di Ifr riportate nella relazione del professor Domenico Appendino ancora a un nostro congresso l’ottobre scorso: i Paesi col più basso tasso di disoccupazione sono quelli che hanno il maggior numero di robot installati. Corea del Sud, Singapore e Germania, rispettivamente 631, 488 e 309 robot installati ogni 10 mila addetti. Come Siri stiamo organizzando diversi incontri per far conoscere queste realtà, per fare capire che i robot non tolgono occupazione, la creano. Oltre che salvare la salute: lei ha idea cosa significava fare saldature in serie, impilare le cassette dell’acqua minerale o inscatolare cioccolatini per otto ore al giorno?».

Numeri che dimostrino la vostra tesi?

«Nel 2016 i robot al mondo erano 1,8 milioni, che si stima abbiano creato dai nove ai 12 milioni di posti di lavoro. Abbassando i costi di produzione si possono abbassare i prezzi dei prodotti. Se il prezzo scende aumenta la domanda, quindi la necessità di produrre e quindi l’occupazione. Ed è un affare anche per l’Italia».

Perché?

«Siamo il quinto produttore al mondo di robot, e questo ha incentivato il rientro nel nostro Paese di numerose aziende che avevano trasferito all’estero varie produzioni. Qualche nome, da una ricerca di Intesa Sanpaolo: Benetton, Calzedonia, Safilo, Lamborghini, Beghelli...»

Quindi i robot italiani hanno rubato il posto di lavoro agli operai dell’Est Europa.

«Il Paese che ha la maggiore densità di robot è la Cina, che fino a 10 anni fa basava la propria potenza industriale sulla manodopera a basso costo. È un problema di competitività:Bulgaria o Romania, se vogliono rimanere sul mercato, dovranno investire sulla tecnologia».

E i porti? I terminal pretendono sempre più spazio, poi sostituiscono i camalli con gru robot.

«Il lavoro non si cancella, si distribuisce sulla logistica. Ho trovato molto calzante quello che ha detto al recente convegno di Deloitte a Genova il presidente di Federagenti, Gian Enzo Duci, su Rotterdam: è vero che lì c’è un terminal completamente automatizzato, ma è altrettanto vero che vicino sorge un centro logistico - su un’area grande quanto l’Ilva di Genova - che impiega 14 mila persone. Insomma, il processo non può essere fermato: va gestito. Ma inchiodando gli imprenditori alle loro responsabilità».

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