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«Industria 4.0, così faremo crescere le imprese» / IL CASO

Rapallo - Papa: «Soluzioni 4.0 low-cost per le pmi». Sidoli: «Vogliamo portarle all’estero».

Rapallo - Lo slogan Industria 4.0 nasce in Germania, Paese di Siemens, Volkswagen, Basf, Sap e di altre multinazionali con una forza d’urto che manca a molte delle piccole e micro aziende che costituiscono all’incirca il 90% dell’imprenditoria italiana. L’Italia ha adattato il piano Industria 4.0 al suo contesto e, col precedente governo, ne ha fatto il cardine della sua politica industriale. Ora si sta accorgendo di quanto sia difficile convincere le aziende piccole, che hanno mezzi economici modesti, a combattere la “quarta rivoluzione industriale”.

Carmelo Papa preferisce guardare al bicchiere mezzo pieno. «È proprio in questo tessuto di industrie medio-piccole che stanno nascendo le maggiori opportunità». Ospite ieri a Rapallo del convegno di giovani di Confindustria, Papa è amministratore delegato di StMicroelectronics Italia, consociata italiana del gruppo omonimo italo-francese, più brevemente St, da 45 mila dipendenti nel mondo e 8 miliardi di dollari di ricavi nel 2017. Principale produttore europeo di chip per l’industria automobilistica, ma attivo anche in altri settori a partire dalla telefonia, St vuole trascinare nell’esperienza per lei quotidiana di Industria 4.0 la piccola e media impresa, pmi. «Ci siamo inventati dei laboratori a disposizione delle pmi. Li chiamiamo Proof of concept, sono luoghi dove offriamo soluzioni ad aziende che non hanno la forza per progettarsele da sé».

St lavora come una specie di sartoria che confeziona su misura i suoi abiti, tecnologie profonde inserite nel cuore dei sistemi informatici. «Se viene da noi Samsung - dice Papa citando uno dei suoi clienti - arriva con le idee molto chiare, ce le espone e noi ci mettiamo al lavoro. Ma se il cliente è piccolo non può avere le idee chiare e siamo noi a suggerirgliele».

Le applicazioni vanno dall’industria mobiliera, «dove stiamo aiutando alcuni nostri clienti a sviluppare, fra l’altro, delle “smart table”, tavoli intelligenti che ricaricano il cellulare o collegano il pc a internet semplicemente appoggiando il dispositivo sul piano della scrivania», ai bulloni, «con sensori che sentono la pressione e avvertono se si sta allentando, e così rendono più sicure, per dire, le automobili», all’abbigliamento con la possibilità di avere «vestiti che ti avvertono se stai sudando oltre un certo limite».

I Proof of concept di St sono per ora due, a Napoli e a Milano, e si basano sull’idea di diffondere il riuso delle tecnologie più efficaci. Se un’innovazione ha funzionato in un certo settore, è probabile che avrà successo anche in altre situazioni. Come racconta Edoardo Segantini nel suo libro “La nuova chiave a stella”, un viaggio-inchiesta nella digitalizzazione dell’impresa italiana, anche questa idea è di matrice tedesca. La Germania, per aiutare le imprese minori, ha realizzato una carta geografica, Platform Industrie 4.0, costantemente aggiornata su internet e facile da leggere, una mappa di tutte le applicazioni digitali nelle industrie tedesche. Perché anche i tedeschi, accanto alle multinazionali, hanno tante pmi che ancora non sanno se e a cosa servano le nuove tecnologie.

Esistono poi altre pmi che, nonostante le piccole dimensioni, si servono, e molto bene, delle nuove tecnologie ma non hanno le spalle abbastanza larghe per farsi strada nel mondo. Ne conosce più d’una Eugenio Sidoli, amministratore delegato di Philip Morris Italia, che ieri a Rapallo ha partecipato a una tavola rotonda con Papa. Da due anni il gigante delle sigarette ha aperto una fabbrica a Crespellano, Bologna, che produce gli “heets” o “heatsticks”, le sigarette che si scaldano ma non bruciano e quindi fanno meno danni, molti meno a detta del produttore. La fabbrica occupa 1.200 persone ma quasi nessuna è impegnata lungo la linea di produzione dove, racconta Sidoli, «abbiamo eliminato la figura del magazziniere e abbiamo azzerato la manodopera. Il tabacco entra in forma grezza ed esce come prodotto finito senza che nessuna mano umana intervenga».

I macchinari «hanno dei sensori che raccolgono dati sulla qualità del tabacco in ogni fase della sua lavorazione. Una parte dei nostri dipendenti monitora questi dati e se la qualità non risponde ai nostri standard sospende la produzione di quel lotto. Un’altra grossa parte dell’attività è la verifica della qualità prima del rilascio del prodotto». Molta della tecnologia usata nello stabilimento, dal packaging, alla robotica ai sistemi per l’integrazione dei processi produttivi, è italiana. «Ora che Philip Morris ha deciso di aprire altre fabbriche di “heets” nel mondo, queste aziende italiane potranno andare alla conquista di una platea internazionale».

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