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Un “cuore” italiano per il nuovo reattore giapponese

Roma - Ha un cuore italiano il reattore sperimentale per la fusione nucleare che il Giappone è ormai pronto ad assemblare e la cui accensione è prevista nel 2020.

Roma - Ha un cuore italiano il reattore sperimentale per la fusione nucleare che il Giappone è ormai pronto ad assemblare e la cui accensione è prevista nel 2020. La macchina si chiama JT-60SA e l’Italia, con Enea, Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr) e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) al fianco dell’industria, ha realizzato dieci dei 20 magneti superconduttori per un contributo complessivo di 90 milioni, 50 dei quali dal ministero per lo Sviluppo economico e 40 dal ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca.

«Abbiamo contribuito a qualcosa di importante per lo sviluppo della fusione», ha detto oggi il presidente dell’Enea, Federico Testa, presentando il risultato in un convegno. Un’esperienza, ha aggiunto, che «ha rafforzato la convinzione che non solo gli enti di ricerca, ma il sistema di produzione italiano, è in assoluto in grado di rispondere». L’accordo cooperazione scientifica “Broader Approach” tra Europa e Giappone dal quale è nato il progetto risale al 2006, le attività sono partite fra il 2010 e il 2011 e «si sono concluse nei tempi previsti», ha detto il direttore del dipartimento Fusione nucleare dell’Enea, Aldo Pizzuto.

Il JT-60SA è un tokamak, ossia una macchina a forma di anello nella quale vengono raggiunte le temperature altissime necessarie alla reazione di fusione. Accanto al mondo della ricerca italiana, hanno collaborato il Consorzio per la superconduttività applicata (Icas) coordinato dall’Enea, e il mondo dell’industria con le aziende Walter Tosto, Ocem Energy Technology, Poseico e Asg Superconductors della famiglia Malacalza, nel cui stabilimento di Genova sono state assemblate le bobine. Il ministero dello Sviluppo Economico, che ha finanziato la fornitura attraverso la Ricerca di Sistema Elettrico Nazionale. Pesanti 16 tonnellate e delle dimensioni di 8,5 metri per 4,5, le bobine costruite in Italia e in Francia sono cruciali per portare il plasma alla temperatura di 100 milioni di gradi, necessaria a riprodurre la stessa reazione che alimenta le stelle.

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