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«Blockchain, l’idea geniale diventata accessibile a tutte le imprese» / INTERVISTA

Aiello (Cnr): «Il sistema dei controlli sulla blockchain è efficace, ma va tarato sulle esigenze aziendali».

IL BENE più prezioso di un operatore dello shipping sono le informazioni riservate che riesce ad avere al momento giusto e che i suoi concorrenti non hanno. L’idea di affidare queste informazioni a un algoritmo informatico di cui non si ha pieno controllo frena spesso la spinta all’innovazione delle imprese di questo settore. Oggi la nuova tecnica informatica di cui si discute di più in tutto il mondo è la blockchain, che garantirebbe proprio sicurezza e riservatezza. Come per il grafene nel campo dei materiali, si parla molto di possibili applicazioni, ma nessuno sa ancora che diffusione potrà avere. Abbiamo chiesto un parere a Maurizio Aiello, tecnologo del Cnr, esperto di cybersecurity, crittografia e blockchain e consulente di aziende che vogliono confrontarsi con questa novità.

«Il livello di sicurezza - spiega Aiello - non è un problema di tecnologia, che è già disponibile, ma di policy. Si può scegliere l’architettura della blockchain che si vuole, in base alle esigenze. Basti pensare che questa tecnica è nata per il bitcoin. L’inventore, Satoshi Nakamoto, voleva creare una moneta virtuale senza intermediari finanziari (le banche centrali o gli Stati) che ne gestissero le transazioni, ma che garantisse agli utenti la stessa privacy del contante. Ha funzionato così bene che si è poi diffusa anche per attività illecite, come il riciclaggio internazionale. Anche se un’autorità ha accesso a tutto il file delle transazioni del bitcoin, non è in grado di risalire a chi ha pagato che cosa».

Oggi questa tecnologia attira l’attenzione di grandi aziende, anche nel mondo marittimo. Qual è il suo futuro?

«La blockchain è un’innovazione disruptive, cioè crea nuovi mercati che ancora non esistevano. Ad esempio può aprire nuove possibilità nel commercio di gioielli usati, che sarebbero certificati. È difficile che questo processo possa essere portato avanti da una multinazionale, che vive in un sistema rigido di procedure aziendali, con tempistiche incompatibili con l’innovazione. È piuttosto un terreno per start-up, che hanno anche una “fame” che le grandi aziende non hanno».

Come è nata la blockchain?

«Si basa su tecniche che esistono da trent’anni, ossia la funzione di hash e la firma digitale. La funzione di hash riassume un file (documento di testo, fotografia, eccetera) in un hash, cioè un file più piccolo, ad esempio di 256 o di 1024 bit. Se il documento viene modificato anche di una virgola, l’hash che ne risulterà sarà completamente differente. Se io ricevo un file e il suo hash, posso verificare che nel passaggio il file non sia stato modificato. Ma anche l’hash può essere modificato durante la trasmissione. La firma digitale consente, grazie all’utilizzo di una chiave privata e una pubblica, di avere la certezza che il file è integro (non modificato) e autentico. Se qualcuno modifica il documento, te ne accorgi immediatamente perché la firma digitale non combacia con il documento modificato. Queste tecniche sono utilizzate da decenni, ad esempio per il protocollo web https. L’idea geniale è stata quella di legarle a una catena di blocchi (blockchain) dove, se modifico il mio documento, invalido anche tutti quelli degli anelli successivi della catena, che quindi me lo impediscono».

La blockchain del bitcoin è considerata molto costosa per il consumo di energia che richiede. Come si può superare questo problema?

«Il bitcoin porta alle estreme conseguenze l’obiettivo di non avere nessuna autorità centrale di controllo. Il controllo viene fatto da tutti gli utenti della rete, attraverso un sistema chiamato proof of work (Pow). Così si ottiene un meccanismo complesso, ma che consuma tantissima corrente elettrica, offrendo in cambio transazioni anonime e sicure. Ma un livello di sicurezza così elevato serve soltanto per le criptovalute e poco altro. La blockchain può essere resa agibile per utilizzi professionali adottando sistemi diversi dalla Pow, come la proof of stake o certificato di proprietà (Pos). In questo caso soltanto un certo numero di soggetti terzi e sopra le parti svolge il ruolo di controllo e di immagazzinamento dei dati, riducendo il consumo di energia e il problema dello storage. Penso alla discussione sui documenti di Autostrade per l’Italia sul ponte Morandi: se fossero stati inseriti in una blockchain controllata anche da altri soggetti come ad esempio le Ferrovie o il ministero dello Sviluppo economico oggi non potrebbero essere nascosti».

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