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Blockchain senza capitali, Open Port in liquidazione

Genova - Il tentativo di abbattere i costi del trasporto via strada in Asia non ha interessato gli investitori.

Genova - Nella propria homepage, OpenPort vantava di essere l’unica multinazionale in Asia a fornire servizi logistic digitali. Un’esperienza cominciata nel 2015 e che alla fine del 2017 si era arricchita di un nuovo obiettivo: gestire il trasporto stradale nel Sud-Est asiatico attraverso la blockchain, andando a «eliminare un buco nero da mille miliardi di dollari nel trasporto di merci su strada in Asia con la propria soluzione per garantire una proof of delivery elettronica (ePod) basata sulla blockchain». La proof of delivery è uno dei passaggi più delicati e costosi del trasporto merci. Di solito la garanzia che la spedizione è andata a buon fine viene fatta con il sostegno di istituti di credito e quindi risulta costoso. In alcuni contesti internazionali particolarmente rischiosi, come ad esempio la Libia, si rinuncia in partenza, chiedendo pagamenti anticipati.

Quella di OpenPort era quindi una sfida ambiziosa, che contava soprattutto sull’entusiasmo che sembrava circondare fino all’anno scorso la tecnica della blockchain. Un interesse che ha contagiato anche la logistica, ma con un punto debole. La blockchain ha dimostrato le sue potenzialità grazie al successo della moneta virtuale Bitcoin, ma sta adesso scontando altrettanta diffidenza proprio per l’incertezza che circonda la criptomoneta, il cui valore è passato in pochi anni da qualche decina di dollari fino a quasi 20 mila dollari, per poi crollare nell’ultimo anno e mezzo sotto i 5 mila dollari. Negli ultimi giorni ha avuto un altro cedimento arrivando a sfiorare i 3 mila dollari. L’incertezza non significa però che la moneta sia stata accantonata. Chi ci aveva investito prima della bolla della seconda metà del 2017 ha ancora qualche margine da parte. Inoltre il sistema della blockchain applicata al bitcoin ha dimostrato di funzionare per quanto riguarda la sicurezza. La blockchain che viene offerta alle imprese della logistica è però di un tipo meno rigido e meno sicuro rispetto a quella del bitcoin, più vicina al concetto di ditributed ledger, di un registro elettronico di attività condiviso fra diversi soggetti. Verso questa tecnica quindi rimangono sia la curiosità sia la diffidenza. E il progetto di OpenPort ha fatto le spese di questa incertezza, secondo quanto riporta il sito “Theloadstar”.

Con una mail, la società, che ha sede a Hong Kong, avrebbe informato i propri azionisti di aver terminato i fondi e di voler procedere alla liquidazione. Il fondatore e amministratore delegato, Max Ward, ha scritto che è stato mancato l’obiettivo di raccogliere abbastanza capitale da proseguire nell’attività. «Dopo numerosi tentativi falliti - ha scritto Ward, secondo quanto riporta il sito - di raccogliere capitali attraverso investitori nuovi, azionisti già esistenti, vendita di beni e la prevista vendita inversa (reverse takeover) da parte della shell company quotata in Canada (si tratta di Canoe, con cui era stata firmata una lettera d’intenti nell’ottobre del 2018, ndr), OpenPort ha terminato i fondi e non può proseguire le proprie operazioni. L’unica scelta rimanente e responsabile è procedere alla liquidazione». La società non ha i fondi per procedere a una liquidazione tradizionale e si è rivolta alla protezione del tribunale.

Ad aprile del 2018, la società aveva inaugurato la Open enterprise logistics foundation (Oel), un’organizzazione no-profit il cui obiettivo era fornire una piattaforma neutrale per lo sviluppo di un protocollo blockchain di tipo partecipativo. OpenPort si era anche unita a Bita (Blockchain transport alliance), un’organizzazione per lo sviluppo di standard e per la diffusione della blockchain.

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