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«Europa 4.0? L’Italia dovrà difendere l’export» / INTERVISTA

Genova - Premio “Economia Internazionale” della Camera di commercio al docente della Cattolica. Marseguerra: «Il nostro sistema è basato sull’iper-individualismo. Serve un modello più inclusivo».

Genova - Qualunque sarà l’Italia che uscirà dalle elezioni il prossimo anno, dovrà essere in grado di difendersi dalle tendenze protezionistiche della nuova Europa che sta prendendo forma dopo gli ultimi cambi di governo, ma in particolare quelli di Francia e Germania. È l’analisi di Giovanni Marseguerra, ordinario di Economia politica all’Università Cattolica di Milano, che domani a Genova riceverà i premi camerali “Economia Internazionale” e “Famiglia Manzitti” insieme all’imprenditore Luigi Negri (premio “Francesco Manzitti”) e sarà chiamato a dibattere proprio sul futuro del Vecchio Continente.

Un f uturo complesso.

«L’Europa in questo momento vive una contraddizione: da una parte viene accusata di essere un’unione basata quasi esclusivamente sulle politiche economiche, dall’altra però le si chiede di non interferire con la sovranità dei singoli Paesi, così da risultare, alla lunga, inefficiente anche sul piano economico: con questi presupposti, risulta difficile ad esempio arrivare a una politica fiscale comune».

L’Italia in questo contesto come si muove?

«Il nostro Paese sta uscendo dal ciclo a “W” che ha caratterizzato la crisi economica degli ultimi anni, con l’ambizione di poter finalmente vedere il proprio tasso di crescita uscire dallo “zero-virgola” per passare al “più uno per cento”. Ma l’uscita dalla crisi è stata determinata dalle esportazioni. Le piccole e medie imprese del settore manifatturiero sono state determinanti, ed è grazie a loro che l’Italia ha chiuso il 2016 con una bilancia commerciale positiva per 90 miliardi».

Possibilità di tenuta nei prossimi anni?

«Vediamo: la cancelliera tedesca Angela Merkel governa da 12 anni, con il prossimo governo arriverà a 16. Dal 2011 l’Italia ha visto i governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. La Francia del presidente Emmanuel Macron ha impostato un piano di investimenti pari a 55 miliardi da qui al 2022. In Italia le risorse destinate alle imprese nell’ultima legge di Stabilità sono 300 milioni, ed è pur vero che sul nostro Paese grava un enorme debito pubblico. I rischi? Che nel medio termine ritorneremo allo “zero virgola”».

La rivoluzione 4.0 ci potrebbe aiutare?

«Dipende da come sarà gestita. Sotto il profilo antropologico, l’economia globale negli ultimi anni è stata orientata all’iper-individualismo. Ma i mezzi che hanno sorretto questa impostazione a un certo punto hanno sopraffatto chi li gestiva. Prima del 2008 è stata la finanza, ora il rischio si ripete con la digitalizzazione. Vediamo i cambiamenti enormi nel settore della logistica, dove il dominio di grandi attori come Amazon fa soffrire le piccole imprese e mette in crisi il comparto dei trasporti. Certamente si arriverà a un ri-equilibrio, nuove professioni sostituiranno quelle vecchie, ma serviranno 10-20 anni. In questo lasso di tempo, la società deve trovare delle risposte, e queste a mio avviso sono in un modello più inclusivo e partecipato dell’economia».

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