SERVICES

Zampini: «Sbagliato chiudere le porte al mercato iraniano» / INTERVISTA

Genova - Parla il presidente di Ansaldo Energia. «Per l’Italia è un Paese strategico. L’America sanziona, ma non rinuncia a fare business».

Genova - «Non è fatto divieto alle aziende italiane di andare a lavorare in Iran, c’è solo il problema della copertura finanziaria con Sace. E allora, come Ansaldo Energia, reclamo la possibilità di rimanere presenti in Iran, perché ci sono aziende appartenenti al Paese sanzionante che stanno facendo offerte nel nostro settore». Giuseppe Zampini, presidente di Ansaldo Energia, a Teheran ci arrivò nel 1999 col governo Ciampi. Nel 2000 firmò un contratto di fornitura per 30 turbine destinato a cambiare il modo di produrre dell’azienda. Aen è controllata al 60% da Cassa depositi e prestiti e partecipata al 40% da Shanghai Electric. Produce turbine a gas per centrali elettriche nella fabbriche di Genova Campi e Cornigliano, con oltre 4.200 addetti nel mondo e 1,3 miliardi di fatturato.

Ansaldo è presente in Iran dagli anni Sessanta, durante il cambio di regime del ‘79 ha mantenuto una rappresentanza locale. Che cosa è l’Iran, ingegnere?

«Un Paese con 80 milioni di abitanti su un territorio di 1,5 milioni di km quadrati. Ha risorse petrolifere e di gas significative. Non è un Paese arabo ed è punto di riferimento per altri 400 milioni di persone. La sua collocazione geografica è importante, anche per il passaggio della futura Via della Seta. È un Paese di assoluto interesse strategico - e infatti le tensioni non sono nate casualmente. Il popolo iraniano ama l’Italia: eravamo secondi per esportazioni, lo siamo ancora anche se i numeri si sono ridotti. La popolazione è per il 35% giovane, ha buone università e una buona conoscenza tecnologica. Gli iraniani sono degli ottimi negoziatori».

Gli impianti serviti dalle vostre turbine in Iran sono numerosi.

«Il primo contratto grande fu firmato il 7 luglio del 2000: 30 turbine a gas. Fu dopo l’apertura del governo Prodi. Arrivammo pronti alla firma e io a Teheran cominciai a ricevere una serie di telefonate dall’allora ad di Ansaldo e dall’ad di Finmeccanica: mi dicevano che il contratto era pesante e il Paese a rischio. Spensi il cellulare, firmai e dopo due ore lo riaccesi. Fu un contratto che cambiò la nostra storia, cominciammo la lavorare su un prodotto standard».

Problemi?

«Mai avuti. Nel 2001 la prima turbina era pronta per essere spedita, mancava la lettera di accredito, mi chiamò il cliente chiedendo di spedire lo stesso: accettai e da allora mai avuto problemi di pagamento. Le 30 turbine divennero poi 46».

Aen non si è limitata a vendere suoi prodotti.

«Li abbiamo aiutati a costruire una fabbrica loro, la Mapna Tuga, dove costruiscono turbine con alcune parti nostre, quelle a maggior valore, che non gli abbiamo mai dato».

Nel dicembre 2009 avreste dovuto firmare un contratto da 800 milioni per 22 turbine a gas e 10 a vapore.

«Il fatto sanzionatorio in atto era già evidente. Guarguaglini e Frattini parlavano con gli Usa per capire cosa fare. Andai a Washinghton a spiegare che il prodotto di Ansaldo non poteva essere considerato strumento bellico, se non trovando il modo di caricare una pesantissima turbina su un aereo per scaricarla su una città. Mi risposero che sapevano perfettamente cosa produceva Aen, ma mi chiesero di non firmare il contratto perché gli Usa volevano fare pressioni commerciali sul nucleare. Dissi ok, io perdo questo contratto ma in cambio cosa mi date? Mi dissero che sui giornali americani non sarebbe uscito che Finmeccanica lavorava con l’Iran. Fui ingenuo. Chiamai Guarguaglini e gli dissi: io perdo le turbine, e a te non danno nemmeno un elicottero...».

Ansaldo Energia ha mai abbandonato l’Iran?

«Mai. Abbiamo continuato a fare manutenzioni, per pochi milioni di euro. E Zampini ha continuato a coltivare rapporti umani, perché le relazioni non si passano, crearle è difficilissimo e perderle facilissimo. Mantenevo un contatto nella convinzione che la cosa si sarebbe risollevata».

Così è stato nel 2015, con l’Implementation Day.

«Nel 2016 Rouhani è venuto in Italia e in Francia, ma non è andato in Germania: è un segnale. L’Italia ha un vantaggio che non va perso. Dopo l’Implementation Day abbiamo cominciato a ridiscutere altre attività, ma per poterle avviare del tutto era necessario ripristinare la copertura di finanziamento Sace, che copre i contratti a fronte di rischi».

Come funziona?

«Sace non ti dà soldi, ma la copertura che ti aiuta a ottenere i finanziamenti dalle banche. La copertura Sace era prevista intorno ai 4 miliardi di euro, a metà 2016 le richieste delle imprese italiane ammontavano già a 16 miliardi».

Poi è arrivato Trump.

«Ancora oggi non mi risulta esserci un divieto dei ministeri italiani ad andare in Iran, ma il problema della copertura del finanziamento permane. Cdp, che ha nel suo patrimonio fondi americani, e Sace si sono fermate».

Invitalia?

«Se avesse una dotazione finanziaria di qualche miliardo potrebbe essere di aiuto».

Ci sono competitor di Aen che lavorano in Iran?

«Ho evidenza certa che società multinazionali appartenenti al Paese sanzionante, e non, stanno facendo offerte per impianti nel settore».

Chi sono?

«General Electric e Siemens».

Zampini cosa chiede?

«La possibilità per Aen di rimanere in Iran».

Sta cercando soluzioni alternative alla copertura finanziaria?

«Sì, stiamo cercando di agganciare nuove opportunità in altri Paesi. Abbiamo un progetto interessante».

Quale?

«Preferisco non dirlo, per evitare che i concorrenti provino a fare la stessa cosa».

Cdp?

«Posso capire la posizione dell’azionista, ma io devo fare l’interesse dell’azienda».

Hai poco tempo?

Ricevi le notizie più importanti della settimana

Iscriviti ››