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Il caso Ilva e lo spettro di errori che arrivano da lontano / COMMENTO

L’ANALISI DI GIUSEPPE BERTA

Le informazioni comunicate ieri da Am InvestCo sul futuro assetto di quello che ancora resta il maggiore gruppo siderurgico presente in Italia confermano che la vicenda dell’Ilva è tutt’altro che finita. L’aver trovato un acquirente non ha risolto affatto i problemi dell’Ilva, che ora riemergono in tutta la loro asprezza. Come si prevedeva, la nuova proprietà intende mettere mano all’occupazione e lo fa con annunci che non possono non esasperare l’ansia dei lavoratori.

Gli impianti siderurgici saranno sottoposti a un’energica terapia di sfoltimento. A pagare il prezzo più alto sarà Genova, che dovrebbe sottostare a una contrazione di 600 posti di lavoro su un totale di 1.500. Un costo sociale pesante, che accentua il destino della deindustrializzazione della Liguria. È ovvio che davanti a una simile prospettiva i sindacati e gli amministratori locali ricordino come sia stato disatteso l’accordo di programma del 2005. Nello stesso tempo, però, è evidente come questo riferimento rimandi a un passato che ha ben poco a che vedere col contesto economico odierno. Nel 2005 si era ancora al di qua dello spartiacque fondamentale della crisi e l’economia mondiale non aveva subìto il radicale riassetto attuale. Dodici anni fa era un altro mondo, dal punto di vista del funzionamento dell’economia internazionale e delle sue macrotendenze. Ora predomina una spinta verso la concentrazione delle imprese e degli apparati produttivi imposta dalla necessità di non soccombere alla lotta tra i maggiori gruppi mondiali, colossi che si affrontano a colpi di manovre di consolidamento e di integrazione.

L’Italia e i suoi governi hanno lasciato colpevolmente passare troppo tempo per non volersi misurare con nodi che hanno finito coll’incancrenirsi. Bisognava correre ai ripari prima e studiare delle politiche, tagliate a misura dei territori e delle loro specificità, che evitassero il rischio di una caduta senza fine, con un impoverimento irrimediabile del tessuto economico e dell’occupazione. Ora molti diranno che, nel quadro della competizione mondiale, restano ben pochi i margini di manovra. Ma ci sarebbe stato tutto il tempo, se ci fossero state anche la volontà e la capacità, per progettare soluzioni diverse, senza una resa all’avanzata pura e semplice della deindustrializzazione e dell’impoverimento. Quel che serviva e che ancora servirebbe è attivare dei nuovi circuiti per l’economia locale, creare un reticolo di attività di minori dimensioni, territorio per territorio, che restituisca insieme prospettive di occupazione e una condizione di dignità per il lavoro. La politica economica e industriale non si risolve negli incentivi di Industria 4.0. Deve essere integrata da una serie di azioni articolate a livello di territorio, mediante la creazione di circuiti economici in grado di arrestare il declino.

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