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Pesto e cioccolato, nuove bandiere dell’export ligure

Genova - È stato un anno tranquillo, lontano dal nefasto 2016, eppure ancora qualcosa non va. Le esportazioni del settore agroalimentare ligure continuano a pesare troppo poco, l’1%, sul prodotto interno lordo regionale: scontano una dimensione piccola e una gestione artigianale

Genova - È stato un anno tranquillo, lontano dal nefasto 2016, eppure ancora qualcosa non va. Le esportazioni del settore agroalimentare ligure continuano a pesare troppo poco, l’1%, sul prodotto interno lordo regionale: scontano una dimensione piccola e una gestione artigianale. Le industrie rimaste sono poche dopo che una delle ultime, il pastificio Agnesi, ha lasciato nel 2016 Imperia per Fossano, in Piemonte.

Dal 2000 al 2017 l’export agro-alimentare della Liguria è cresciuto del 130%, risultato modesto se paragonato al +190% d’Italia. Quest’anno poi i risultati dei primi tre trimestri segnalano una perdita, del 16%, rispetto ai primi nove mesi dell’anno scorso. È un settore, l’agro-alimentare ligure, dove la bottega artigianale ha un peso di gran lunga superiore alla media nazionale: 68,5% contro 35,6%.

Non è detto che sia soltanto un male: «Le statistiche sui consumi ci mostrano che la crisi economica ha colpito in particolare i prodotti di fascia intermedia. Quelli di bassa qualità e a basso costo sono cresciuti. Ma sono cresciute anche le fasce alte. Mangiamo meno ma meglio. E sulle fasce alte la Liguria può conquistarsi una fetta di mercato mondiale». L’analisi del segretario ligure di Confartigianato, Luca Costi, trova diverse conferme nello storie di artigiani, agricoltori o piccoli e medi imprenditori che hanno trasformato la loro debolezza in una virtù.

C’è ad esempio la storia di Viganotti, cioccolateria genovese oggi di proprietà dell’ex garzone di bottega Alessandro Boccardo che continua a usare i macchinari dell’Ottocento ma comincia a esportare in America e in Asia. C’è Mario Anfossi, coltivatore di basilico nella piana di Albenga, con 20 ettari di terreno che gli fruttano ogni anno 3 mila tonnellate di foglioline destinate in grandissima parte a Chicago dove la Rana, multinazionale del tortellino e dei sughi, produce il pesto per gli Stati Uniti e il Canada. Ci sono le storie più recenti di Enrico Meini e Nicolas Figoli. Il primo è un panettiere di Andora che da due anni esporta i suoi dolci in Russia e ora si sta attrezzando con un nuovo laboratorio per vendere anche a Stati Uniti e Giappone. Il secondo è un ex manager del gruppo L’Oréal che avendo lavorato all’estero si è accorto di quanto sia difficile trovare in terra straniera cibo italiano di qualità. Con il socio Francesco Pelosi ha creato una start-up che nel 2016 ha convinto la giuria di una competizione newyorchese per giovani imprenditori alimentari, Food X, e da allora, grazie anche a un investimento di 50 mila euro della famiglia Ceretto, produttrice di Barolo nelle Langhe, si è strutturata per il mercato americano. Fin dalla scelta del nome, Eattiamo, la start-up si rivolge al mercato straniero con un modello preciso. «Ogni mese i nostri abbonati negli Stati Uniti ricevono una scatola che contiene tutti gli ingredienti per una cena e le ricette per cucinarli. Sono prodotti, liguri e italiani, scelti da noi tra i piccoli produttori». Ogni mese la start-up spedisce i pacchi dalla sua sede di La Spezia ai suoi abbonati negli Stati Uniti, al momento il suo unico mercato. «A inizio anno - raccontano i due imprenditori - abbiamo ricevuto 200 mila euro da due investitori cinesi». La Cina potrebbe essere la loro nuova America.

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