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Mittal: da immunità ad altoforno 2, i nodi da sciogliere / FOCUS

Roma - La norma sull’immunità penale per far restare l’azienda a Taranto,la continuità dell’altoforno 2, il futuro dell’indotto e il nuovo conflitto istituzionale con Regione Puglia e Comune di Taranto sul riesame delle prescrizioni ambientali dell’Autorizzazione integrata ambientale: sono questi i principali nodi

Roma - La norma sull’immunità penale per far restare l’azienda a Taranto, la continuità dell’altoforno 2, il futuro dell’indotto e il nuovo conflitto istituzionale con Regione Puglia e Comune di Taranto sul riesame delle prescrizioni ambientali dell’Autorizzazione integrata ambientale: sono questi i principali nodi ancora da sciogliere per ArcelorMittal. La nuova norma sull’immunità penale perché ArcelorMittal (ex Ilva) possa attuare senza rischi giudiziari il piano ambientale dell’acciaieria di Taranto potrebbe vedere la luce nei prossimi giorni anche se la situazione del governo è altamente incerta. La norma, inserita nel decreto legge Imprese, modificherebbe il decreto Crescita da poco convertito in legge. Quest’ultimo aveva disposto la soppressione dell’immunità - introdotta da una legge del 2015 - dal prossimo 6 settembre.

Adesso la scadenza di settembre viene eliminata e si introduce una immunità a scadenza: solo se l’azienda rispetterà tempistiche, criteri e modalità di esecuzione del piano ambientale potrà usufruire delle tutele. Non è invece prevista alcuna immunità sulle norme a tutela della salute e della sicurezza del lavoro. E non sarà prevista alcuna tutela straordinaria per ogni incidente che dovesse verificarsi. L’accelerazione - e la possibile pubblicazione a breve del dl sulla Gazzetta Ufficiale - è da mettere in relazione al fatto che senza le garanzie legali sul piano ambientale ArcelorMittal ha dichiarato che si disimpegnerà dal sito industriale di Taranto proprio dal 6 settembre prossimo. Mettendo così a rischio 8.200 posti di lavoro diretti a cui va poi sommato l’indotto. Ci sono poi altre questioni aperte. Una riguarda la continuità dell’altoforno 2.

Sequestrato nuovamente dalla Procura di Taranto dopo che l’autorità giudiziaria ha rilevato che non tutti i lavori di sicurezza previsti dopo un infortunio mortale del 2015 sono stati effettuati, si attende che Ilva in amministrazione straordinaria, tuttora proprietaria degli impianti, o ArcelorMittal, gestore degli stessi impianti con un contratto di fitto, presentino alla Magistratura una nuova istanza in appello. La prima istanza di uso dell’impianto per poter fare i lavori è stata infatti respinta dal giudice del dibattimento nonostante il parere favorevole della Procura. Resta ora l’impugnazione in appello che dovrebbe avvenire nei prossimi giorni. Se rimarrà il nuovo sequestro così come disposto nelle settimane scorse, l’altoforno 2 a fine settembre sarà fermato e spento. Ancora il nodo dell’indotto: crescono le preoccupazioni nel mondo delle imprese circa la possibilità di una ristrutturazione da parte di ArcelorMittal che porterebbe fuori dalla fabbrica molte delle realtà attualmente operanti.

Nel settore delle pulizie civili e industriali, dove lavorano circa 1.000 persone, ArcelorMittal ha già effettuato dei cambiamenti, accentrando le attività in capo ad una sola impresa selezionata tra quelle presenti. Inoltre dopo la pausa feriale occorrerà mettere mano a tutti i verbali di intesa che nelle scorse settimane ArcelorMittal e sindacati metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm (l’Usb, in disaccordo, non ha partecipato) hanno firmato, nell’ambito della task force specifica, sulla sicurezza del lavoro nel siderurgico.

Dopo l’incidente mortale di metà luglio, il ministero dello Sviluppo economico ha fatto istituire un gruppo di lavoro congiunto che analizzasse la situazione reparto per reparto, area per area, e individuasse gli interventi prioritari di manutenzione, di sicurezza, di rifacimento e ripristino impianti. Un lavoro che ovviamente presuppone un impegno di spesa, in parte contemplato già nei piani di ArcelorMittal. I sindacati insistono molto sul fatto che gli impegni assunti, ora vanno tradotti nel concreto. Se i nuovi lavori partono, c’è anche la possibilità di far tornare al lavoro una quota dei 1.400 dipendenti che ArcelorMittal ha messo in cassa integrazione ordinaria dall’1 luglio per crisi di mercato per 13 settimane. Sinora tutte le richieste di rivedere numericamente la cassa integrazione avanzate dai sindacati non hanno trovato accoglienza nell’azienda. La stessa cassa a settembre arriverà anche a scadenza. Infine non è trascurabile anche il nuovo conflitto istituzionale che si è aperto negli ultimi giorni tra ArcelorMittal e Regione Puglia e Comune di Taranto. Motivo, il riesame delle prescrizioni ambientali dell’Aia avviato a fine maggio dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, su richiesta del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che gli ha prospettato criticità di tipo sanitario, ovvero malattie, patologie e decessi correlabili all’inquinamento.

ArcelorMittal ha impugnato al Tribunale amministrativo regionale il decreto ministeriale che dispone il riesame dell’Aia e questo è stato interpretato dal sindaco di Taranto come un «gesto ostile» verso la città, tanto più che effettuato su una questione dirimente come la tutela della salute dei cittadini su cui, ha sottolineato il sindaco, non si è disposti a fare nessun passo indietro. Molto critica sul ricorso al Tar di Arcelor Mittal anche la Regione Puglia, che col governatore Michele Emiliano ha annunciato un ricorso ad opponendum per contrastare i passi della multinazionale davanti alla giustizia amministrativa: «Ma è solo un ricorso cautelare» si è giustificata ArcelorMittal, affermando che questo non fa venire meno nè la volontà di collaborare con le autorità sull’Aia, nè la prosecuzione dei piani industriale e ambientale dell’acciaieria.

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