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G20 a Shanghai, la crisi cinese al centro dell’incontro

Roma - Dopo il terremoto che ha visto l’epicentro proprio nel magma finanziario del Dragone, la presidenza cinese del G20 del 26 e 27 febbraio, la prima sotto la guida di Pechino, cade in uno dei momenti più critici per l’economia mondiale.

Roma - Doveva essere l’occasione per il riconoscimento ufficiale di attore di primo piano accanto alle super potenze mondiali, e invece per la Cina il G20 di Shanghai arriva nel momento peggiore per immagine, ruolo e credibilità. Dopo il terremoto sui mercati che ha visto l’epicentro proprio nel magma finanziario del Dragone - e quel che è peggio rivelando l’inadeguatezza delle autorità di Pechino per le sue contromosse incerte e contraddittorie - la presidenza cinese del G20 del 26 e 27 febbraio, la prima sotto la guida di Pechino, cade in uno dei momenti più critici e rischia di tramutarsi in un boomerang per le difficoltà sul fronte della crescita e di un nuovo piano quinquennale da riempire di contenuti nell’imminente quarta sessione del 12/mo Congresso nazionale del popolo. Al di là dei temi dell’agenda ufficiale - dal crollo dei prezzi del petrolio alla politica monetaria statunitense - è più che probabile che a dominare la scena del vertice dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche centrali sarà la svalutazione dello yuan, nodo cruciale nel confronto su rallentamento della crescita globale, stabilizzazione del sistema finanziario, e «azioni coordinate» delle autorità monetarie. Nel caso della Banca centrale cinese, la questione resta un rebus e difficilmente si riuscirà a capire se si muoverà a difesa dello yuan o cederà alle pressioni interne (ed esterne, hedge fund in testa) per un ribilanciamento dell’economia con una nuova svalutazione dopo quella varata a ottobre.

Una settimana fa, rompendo il silenzio durato mesi, il governatore Zhou Xiaochuan ha assicurato in un’intervista al magazine Caixin che «la moneta del popolo» più debole non è da considerasi come lo scenario inevitabile” e che con un surplus commerciale 2015 di 600 miliardi di dollari «non c’è alcun motivo di svalutare la moneta per sostenere le esportazioni». Il messaggio agli hedge fund allineati contro la banca centrale cinese, a partire dal finanziere George Soros, è stato soft nella forma e chiaro nella sostanza: «La Cina non permetterà che il sentiment dei mercati sia dominato da forze speculative». Ma ora, con l’avvicinarsi del G20, Pechino si sforza di preparare il terreno e invia un segnale che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe apparire rassicurante: di oggi l’annuncio del cambio ai vertici della China Securities Regulatory Commission, la “Consob cinese”, con l’uscita di scena di Xiao Gang colpevole della cattiva «gestione» delle turbolenze della scorsa estate sulle Borse di Shanghai e Shenzhen. Xiao aveva offerto già le sue dimissioni dopo i risultati dubbi del «circuit-breaker», lo stop degli scambi in borsa in caso di perdite eccessive che avrebbe dovuto aiutare a stabilizzare i mercati. A rimpiazzarlo alla guida della Consob cinese è Liu Shiyu che ha passato gran parte della sua carriera nella Banca centrale cinese fino a diventare vicegovernatore dal 2006 alla fine del 2014, quando diventò presidente della Agricultural Bank of China, una delle big degli istituti di credito cinesi.

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