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La Cina taglia le stime sul Pil e porta il deficit al 3% / FOCUS

Pechino - La Cina ufficializza il taglio alle stime di crescita del Pil 2016 portandole al 6,5-7%, contro il +6,9% dello scorso anno che ha rappresentato il ritmo più lento degli ultimi 25 anni.

Pechino - La Cina ufficializza il taglio alle stime di crescita del Pil 2016 portandole al 6,5-7%, contro il +6,9% dello scorso anno che ha rappresentato il ritmo più lento degli ultimi 25 anni, mentre il deficit vola dal 2,3% al 3%, ai livelli più alti mai registrati. Il premier Li Keqiang, aprendo i lavori annuali del Congresso nazionale del Popolo chiamato ad approvare il piano quinquennale 2016-20, il primo sotto la presidenza di Xi Jinping, traccia scenari difficili di fronte ai quasi tremila delegati giunti da ogni parte del Paese e ricorre a una buona dose di realismo nel descrivere gli effetti negativi sull’economia dovuti alla debole domanda mondiale, alle fluttuazioni delle materie prime e dei mercati finanziari e, cosa non da poco, ai rischi geopolitici.

«La Cina - dice nel discorso di quasi due ore, interrotto da brevi applausi composti - dovrà fronteggiare maggiori e più difficili problemi e sfide nel suo sviluppo quest’anno, quindi dobbiamo essere pienamente preparati per combattere una battaglia difficile». Le spinte ribassiste stanno aumentando, mentre sul fronte interno «i problemi e i rischi che si sono accumulati negli anni stanno diventando più evidenti». Li cita le riforme, anche dolorose, da accelerare per poter spingere al rialzo produttività e salari: impegno ad affrontare la sovrapproduzione nell’acciaio, nel carbone e in altri settori che stanno incontrando pesanti difficoltà. Il premier stima un deficit di 2.180 miliardi di yuan (330 miliardi di dollari circa), pari al 3% del Pil, in deciso rialzo sul 2,3% del 2015 e ai livelli massimi mai segnati. Il tetto del 3% è stato visto sempre con allarme da Pechino sul fronte del controllo della spesa: al fine di aiutare la crescita in frenata era stato ipotizzato nei giorni scorsi lo sforamento fino al 4% a copertura degli oneri di ristrutturazione dell’economia. La sforbiciata interesserà le imprese statali spesso accusate di inefficienza e perdite perenni (società «zombie»), oggetto di «riordino strutturale», tra fusioni e chiusure.

L’obiettivo è trasformare l’economia allentando la dipendenza da export e investimenti a favore di consumi e servizi, saliti per la prima volta nel 2015 al 50,2% quanto a contributo al Pil. Investimenti, nonostante tutto, per 500 miliardi di yuan, mentre le spese per strade e ferrovie saranno, rispettivamente di 1.650 e 800 miliardi di yuan. Inflazione al 3%, disoccupazione entro il 4,5% e lotta all’inquinamento col taglio delle emissioni del 3%. Li cita almeno sei volte direttamente il presidente Xi, che è l’ispiratore del concetto della «nuova normalità», indica una «crescita moderatamente prospera», uno sviluppo sostenibile e verde, e rilancia due piani governativi: Internet Plus per l’uso di Internet e dell’e-commerce e il «Made in China 2025» per il miglioramento della produzione manifatturiera. Gli scenari economici deboli si riflettono anche sul budget della difesa: la spesa del 2016 è di 954,3 miliardi di yuan (146 miliardi di dollari), in aumento di «appena» il 7,6% sul 2015 (la percentuale più bassa degli ultimi 6 anni), a fronte di stime di analisti sulla «doppia cifra» per il rafforzamento militare in atto nelle acque contese del mar Cinese meridionale.
L’indicazione della «forchetta» sulla crescita, secondo Li, «aiuterà anche a centrare le aspettative dei mercati e a tenerli stabili». Lunedì il test alla riapertura dei mercati.

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