SERVICES

L’ombra lunga di protezionismo e recessione / EDITORIALE

Il commento del professor Giuseppe Berta dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni americane

NULLA rende meglio il senso di paradosso che accompagna il clamoroso successo elettorale di Donald Trump dello stravolgimento imposto al “Grand Old Party”, il partito repubblicano, costretto a subire l’ascesa del magnate di New York. Nel corso del Novecento, i repubblicani hanno rappresentato il partito pro business per definizione, il naturale interlocutore della comunità degli affari. Ieri non è stato così: invece di salutare come un evento rassicurante il ritorno di un candidato repubblicano alla Casa Bianca, i mercati, di primo acchito, ne sono stati addirittura intimoriti. In altri tempi sarebbero stati euforici per un presidente che potrà contare su una solida maggioranza sia al Senato che nel Congresso e nominare un nuovo giudice della Corte Suprema, rafforzando l’ala conservatrice. Invece no: le Borse, alla notizia della vittoria di Trump, sono subito andate giù, tradendo lo smarrimento dei mercati finanziari, di contro all’incremento delle quotazioni dell’oro, tipico delle fasi di grande incertezza. Tutto questo perché la futura amministrazione Trump è un completo enigma, specie per quanto riguarda la strategia di politica economica che il nuovo presidente vorrà seguire.

In campagna elettorale, Trump ha mostrato di non avere una linea economica degna di questo nome. Ha detto semplicemente che vuol difendere il lavoro americano, secondo lui messo in crisi dalla globalizzazione e dalla crescita dell’Asia (del fatto che l’attacco maggiore alle occupazioni tradizionali venga dallo sviluppo delle tecnologie ha prudentemente evitato di parlare). Il rimedio per la perdita dei posti di lavoro nelle fabbriche americane (oltre cinque milioni in meno dal 2001 a oggi) starebbe nell’introduzione di uno scudo protezionistico a difesa della produzione Usa. Nulla di nuovo sotto il sole: dopo la Grande Crisi del 1929, i repubblicani di allora ci avevano già provato a introdurre pesanti dazi sulle importazioni. Risultato: la crisi si aggravò e la produzione e l’occupazione caddero ulteriormente, perché anche negli anni Trenta l’economia mondiale si reggeva sulle interdipendenze.

Se Trump, forte del solido consenso conquistato nelle urne, cercherà di elevare barriere di protezione del mercato interno ed erigerà muri contro l’immigrazione, non farà altro che peggiorare le condizioni sociali, aumentando la povertà e il malcontento. E rischierà di gettare il mondo in una nuova recessione, perché a farne le spese saranno coloro che, anche in Europa e in Italia, si sono salvati dalla crisi grazie all’export.

Su una sola questione Trump ha ragione: così com’è la globalizzazione non funziona ed è arrivata a un punto morto. L’Unione Europea avrebbe dovuto capirlo da un bel po’ e reagirvi con gli investimenti pubblici e il potenziamento del mercato interno. Ma esiste ancora una prospettiva europea?

Hai poco tempo?

Ricevi le notizie più importanti della settimana

Iscriviti ››