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L’Iran apre le porte agli stranieri, in campo anche l’Eni

Roma - L’Iran punta a tornare in forze sul mercato dell’esplorazione e della produzione di petrolio insieme alle principali compagnie mondiali, Eni compresa.

Roma - Archiviate le sanzioni, trovato l’accordo in seno all’Opec e con i Paesi esterni al Cartello, fatto risalire il prezzo del greggio sopra una più rassicurante quota 50 dollari, l’Iran punta a tornare in forze sul mercato dell’esplorazione e della produzione di petrolio insieme alle principali compagnie mondiali, Eni compresa. A dare il via ufficiale alle operazioni è stato il ministero del Petrolio, che ha pubblicato la lista delle 29 compagnie straniere autorizzate a partecipare a gare proprio per progetti relativi all’esplorazione e alla produzione di greggio e gas.

L’elenco pubblicato sul sito del ministero, oltre al gruppo italiano, comprende i più importanti nomi dell’energia mondiale, tra cui Total, Shell, Gazprom, Lukoil, ma anche aziende meno note di Paesi emergenti come la thailandese Ptt Exploration o la polacca PGNiG. Spicca, invece, l’assenza di colossi americani, dopo che, malgrado l’accordo sul nucleare voluto dall’amministrazione Obama, il Congresso Usa ha esteso per altri dieci anni le sanzioni nei confronti di Teheran. Il primo passo, dunque, è stato fatto, ma tra l’ammissione nel gotha di coloro che potranno gareggiare e la partecipazione effettiva ai bandi per le licenze ancora molto c’è da fare. Il problema principale, come ha spiegato in diverse occasioni l’a.d dell’Eni Claudio Descalzi, sta nelle formule contrattuali previste da Teheran. L’Iran ha in parte aggiornato i termini dei suoi contratti petroliferi, consentendo il completo recupero delle spese per quasi due decenni, e in ottobre ha firmato il primo accordo con queste nuove regole con una compagnia petrolifera locale: tuttavia mancano ancora i dettagli degli schemi contrattuali che verranno applicati all’industria petrolifera internazionale. «Siamo ancora in Iran, non ce ne siamo andati perché ci devono un sacco di soldi, stiamo cercando faticosamente di recuperarli», diceva appena un mese fa Descalzi, avvertendo che l’Eni «non è in ansia spasmodica» di lavorare nel Paese, ma non escludendo un ritorno.

Certo è, però, che il gruppo italiano è tra i più corteggiati dalla Repubblica islamica, forte di un passato di rapporti strettissimi che risale al lontano 1957. La torta offerta dall’Iran, del resto, non è di piccola taglia. Il Paese non solo è al quarto posto per riserve ma, secondo alcune stime, punta a oltre 100 miliardi di investimenti stranieri per accelerare la crescita della propria industria principale, che ha un disperato bisogno di ammodernarsi dopo gli anni dell’embargo.

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