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Soldi sauditi per finanziare i pro-Brexit

Londra - La barca di Theresa May fa già acqua da tutte le parti e il partito Unionista democratico, che l’aiuta a tenerla a galla, è un alleato scomodo. Più radicale dei conservatori sui temi della società, al contrario sulla Brexit, il Dup ha rapporti imbarazzanti con i terroristi protestanti

Londra - La barca di Theresa May fa già acqua da tutte le parti e il partito Unionista democratico, che l’aiuta a tenerla a galla, è un alleato scomodo. Più radicale dei conservatori sui temi della società, al contrario sulla Brexit, il Dup ha rapporti imbarazzanti con i terroristi protestanti. Qualche giorno prima del voto, il leader del partito Arlene Foster ha incontrato il boss del gruppo paramilitare Ulster Defence Association, Jackie McDonald, ottenendone l’appoggio. L’Uda era stato accusato 48 ore prima di aver ucciso un uomo in una faida interna, davanti al figlio di tre anni.

C’è poi una storia inquietante per cui l’Irish Times si è chiesto in un titolo: che cosa lega la Brexit, il Dup, soldi in nero e un principe saudita? Tutto comincia con una donazione di 425 mila sterline (483 mila euro). Il partito non dice da chi li ha avuti, la legge dell’Ulster glielo consente. Di quella somma, 282 mila sterline servono a pagare un inserto di quattro pagine che invitano a votare Out nel referendum sulla Brexit, distribuite con il quotidiano Metro. Una stravaganza visto che Metro non è distribuito in Nord Irlanda. Sotto pressione, il partito è costretto all’inizio dell’anno a svelare il nome del donatore: i soldi vengono da un associazione, il Constitutional Research Council presieduto da Richard Cook, oscuro businessman di Glasgow, ex vicepresidente dei conservatori scozzesi.

Cook racconta al Sunday Times di avere altri tre soci ma non fa i nomi. Vuole smentire tutte le illazioni, dice: «Si è vociferato che il Dup avesse ricevuto i soldi da Putin, da gruppi nell’ombra, dall’intelligence saudita e persino dai beneficiari di un paracadutaggio di armi in India. È tutto completamente privo di fondamento». Spiega che si tratta soltanto di alcuni uomini d’affari pronti a sborsare centinaia di migliaia di sterline nel caso si faccia un altro referendum scozzese. La pista saudita è stata lanciata dal sito inglese di opendemocracy. Adam Ramsay scopre che nel 2013 Cook aveva fondato la società Five Star Investment Management Ltd insieme con il principe Nawwaf bin Abdul Aziz, ex capo dei servizi segreti, padre dell’ambasciatore saudita nel Regno Unito. Nel documento di registrazione il principe è residente in un palazzo a Gedda e possiede il 75 per cento delle azioni, Cook il 5, il rimanente 20 è di un danese che abita nel Wiltshire, Peter Haestrup. Il terzo socio è legato a un caso che nel 1995 fece molto scalpore in India: il paracadutaggio di un grosso quantitativo di armi nel Bengala Occidentale. A compierlo fu un aereo con un equipaggio di quattro lettoni e un inglese, Peter Bleach, che dirà di essere stato incastrato dai servizi segreti britannici. Prenderà l’ergastolo ma sarà liberato nel 2004 grazie alle pressioni dell’allora primo ministro Tony Blair. La società sarà chiusa un anno dopo e il principe morirà nel 2015. Ramsay fa notare che i sauditi hanno molto da guadagnare dalla Brexit.

All’indomani del referendum il dirigente della National Commercial Bank, Said Al-Shaikh commentava: «La caduta della sterlina sarà un sicuro beneficio per l’Arabia Saudita in termini di esportazioni». Suggestioni allarmanti ma soltanto suggestioni. Ramsey ribatte: «L’Arabia Saudita si ritrova tra le mani un enorme flusso di denaro. Non credo che sia folle pensare che abbia avuto un grande interesse in un evento come la Brexit e abbia cercato di influenzarlo». L’unica cosa certa è che il Dup ha avuto un finanziamento molto sospetto, su cui il partito tace. Ma i riflettori si sono ormai accesi sul piccolo partito dell’Ulster, ora tutti vogliono sapere.

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