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La crisi del turismo, una zavorra per la ripresa economica in Egitto / ANALISI

Milano - Ormai non ci sono più dubbi: l’eventuale rilancio economico dell’Egitto non passerà per il turismo.

Milano - Ormai non ci sono più dubbi: l’eventuale rilancio economico dell’Egitto non passerà per il turismo. Quello che fino a pochi anni fa era un pilastro dell’economia egiziana (nel 2011 rappresentava il 13% del Pil), nonché la principale fonte di valuta pregiata, ha subito l’ennesimo, durissimo colpo circa dieci giorni fa con l’attentato terroristico che ha causato la morte di due turiste tedesche e il ferimento di altre quattro (due ceche e due armene) in un resort sul Mar Rosso. I 14 milioni di arrivi del 2010 sono solo un lontano ricordo, visto che è assai improbabile che il 2017 riesca a chiudersi con gli 8 milioni preventivati dal governo de Il Cairo.

Proprio un attentato sul Mar Rosso - l’esplosione dell’airbus russo partito da Sharm El-Sheik con a bordo 224 persone tra turisti e equipaggio - aveva fatto naufragare anche il tentativo di ripresa registrato nei primi dieci mesi del 2015. E dire che il governo del generale Al-Sisi, a corto di valuta estera, aveva messo in campo diverse operazioni promozionali per cercare di attirare nuovamente i turisti: all’inizio di quest’anno aveva lanciato una campagna su Trip Advisor, potenziando i contenuti multimediali su numerose mete turistiche marittime e culturali e alimentando nuove speranze di recuperare il mercato europeo e americano, mentre ad aprile il ministro del Turismo, Mohamed Yehia Rashed, aveva partecipato di persona alla Bit (la Borsa del Turismo) di Milano. Al momento l’unica compagnia aerea che sta rafforzando la propria presenza nel Paese nordafricano è Etihad Airways, le cui iniziative non sembrano però destinate a portare benefici sul fronte del turismo (sono stati rafforzati i collegamenti fra Il Cairo e Abu Dhabi ed è stato introdotto un volo Il Cairo-Lagos); sono invece numerose le aviolinee che hanno deciso di ridurre il numero di voli.

La carenza di valuta estera è probabilmente il maggior problema per l’Egitto in questo momento: nel novembre scorso la banca centrale de Il Cairo è stata costretta ad abbandonare il cambio fisso con il dollaro, decisione che ha portato a un crollo del 50% della lira egiziana nei confronti del biglietto verde. Questo ha fatto infiammare l’inflazione, che viaggiava già su livelli molto alti (11%). Nei primi mesi di quest’anno l’aumento dei prezzi al consumo si è attestato al 30%, spinto soprattutto dal rialzo dei generi alimentari, di cui l’Egitto è un grande importatore.

Una boccata di ossigeno per le casse de Il Cairo è arrivata all’inizio del mese di luglio dal Fondo Monetario Internazionale che ha erogato i 12 miliardi di dollari della seconda tranche del prestito concordato in cambio dell’attuazione di un vasto programma di riforme economiche. Al prestito dell’istituzione guidata da Christine Lagarde, che è il più grande fra quelli concessi a un Paese mediorientale, si affiancheranno altri 6 miliardi concessi da un gruppo di Paesi tra cui Cina, Emirati Arabi e i Paesi del G7, che serviranno anche da garanzia per il Fmi, nonché un’emissione obbligazionaria da almeno 2-2,5 miliardi di dollari. In precedenza erano arrivati anche 1,5 miliardi di dollari dalla Banca africana per lo Sviluppo, oltre ai finanziamenti che gli Stati del Golfo con in testa l’Arabia Saudita elargiscono con regolarità e agli aiuti militari statunitensi.

«Il programma aiuterà l’Egitto a ripristinare la stabilità economica e a promuovere la crescita inclusiva - ha scritto in una nota il Fondo Monetario - Le politiche sostenute dal programma puntano a correggere gli squilibri esterni, mettere il bilancio e il debito pubblico su un percorso di declino e creare posti di lavoro proteggendo le categorie vulnerabili». All’orizzonte intanto si staglia l’importantissimo appuntamento elettorale dell’anno prossimo, quando Al-Sisi cercherà la conferma per un secondo mandato.

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