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I 100 giorni dell’europeista poco solidale / L’ANALISI

Parigi - Tutto si profila molto più difficile del previsto. Emmanuel Macron era stato eletto Presidente di Francia lo scorso 7 maggio, tra l’entusiasmo dei suoi connazionali (lo scampato pericolo con la sconfitta di Marine Le Pen giocava un ruolo importante) e le speranze oltreconfine (gli italiani si rivelarono, come al solito, i più esuberanti)

Parigi - Tutto si profila molto più difficile del previsto. Emmanuel Macron era stato eletto Presidente di Francia lo scorso 7 maggio, tra l’entusiasmo dei suoi connazionali (lo scampato pericolo con la sconfitta di Marine Le Pen giocava un ruolo importante) e le speranze oltreconfine (gli italiani si rivelarono, come al solito, i più esuberanti). Ecco, siamo quasi al traguardo dei 100 giorni (cadono il 15 agosto dall’elezione). E, nel frattempo, la popolarità del nostro è crollata (l’ultimo sondaggio, quello di YouGov, indica che appena il 37% dei francesi gli dà ancora fiducia). Ed è apparso chiaro che tante promesse di Macron (una Francia né di destra, né di sinistra o europeista ma pure attenta ai suoi interessi nazionalistici) si scontrano con il principio logico della contraddizione.



LE PROMESSE MANTENUTE

Proprio mercoledì, nell’ultimo giorno di attività, l’Assemblea nazionale è riuscita ad approvare definitivamente la legge sulla «moralizzazione della vita politica» (sono in realtà due testi): un pacchetto di provvedimenti anti-corruzione invocati da Macron in campagna. Si proibisce ai parlamentari di assumere familiari come assistenti (così da evitare nuovi scandali in stile François Fillon). E si introducono anche altri paletti, ad esempio all’attività di consulenza di un deputato (ma non è vietata completamente, come era stabilito agli inizi). L’altro grande progetto di Emmanuel candidato era la riforma del mercato del lavoro: si è andati avanti, facendo passare una legge che consente al governo di ricorrere a decreti per questo cantiere, sebbene la sostanza delle singole misure verrà esplicitata solo a fine mese. Macron aveva anche promesso di ridurre ad appena 12 alunni tutte le classi di prima e seconda elementare nelle aree più «fragili» economicamente e socialmente (come le banlieues). Ma all’inizio di settembre, con l’avvio del nuovo anno scolastico, solo 2.500 delle 12.000 classi, che dovevano essere «snellite», lo saranno davvero.



EUROPEISMO
À LA CARTE

L’altra scommessa era riportare la Francia alla ribalta della scena internazionale. Almeno all’apparenza, il neopresidente ha mantenuto la parola data. Il giorno dopo l’investitura raggiunse Angela Merkel a Berlino, per sottolineare che con lui si sarebbe restaurato l’asse franco-tedesco. Come una trottola ha poi inanellato colpi di scena a ripetizione, vedi l’invito di Vladimir Putin a Versailles il 30 maggio e di Donald Trump il 14 luglio a Parigi. Ma per il momento, a parte una comunicazione ben riuscita, di tutto questo non è rimasto molto di concreto. Non solo: l’iniziativa presa in maniera univoca di mediare tra i due ras di una Libia tormentata ha indicato che a Macron più che collaborare con l’Europa (e con l’Italia, in prima linea sul Mediterraneo) piace giocare da solo. Lo si è capito anche con il voltafaccia sui cantieri di Saint-Nazaire, promessi da François Hollande a Fincantieri e ora nazionalizzati. Si tratta di un contentino concesso a una certa sinistra tanto per stemperare il discorso fondamentalmente neoliberista portato avanti su tutto il resto. Pure sull’immigrazione il discorso è contraddittorio e poco propenso alla solidarietà con Italia e Grecia, come invece Macron aveva fatto sperare in campagna.



I FRANCESI E L’ECONOMIA

È quello che più vogliono i suoi connazionali: uscire dall’impasse economica degli ultimi anni. Uno dei traguardi sarà la riforma del mercato del lavoro, che va al di là del Jobs Act italiano. Prevede tra l’altro di far primeggiare gli accordi d’impresa su quelli di categoria (una delle misure più osteggiate dai sindacati e che potrebbe scatenare un autunno caldo). Ma il candidato Macron prevedeva altre misure più sociali (e meno liberiste), vedi la possibilità di estendere i sussidi di disoccupazione anche ai liberi professionisti (rinviata all’estate 2018) o la possibilità di penalizzare le aziende che utilizzano troppi contratti a durata determinata (non se ne parla proprio più). Intanto, l’energia è in gran parte focalizzata sulla solita «austerità», per sdoganarsi davvero agli occhi della Merkel. Macron punta a riportare il deficit pubblico sotto il 3% del Pil già a fine anno (nessuno glielo aveva chiesto, era previsto nel 2018), con una serie di tagli alla spesa pubblica che stanno offuscando la sua immagine di «buono» presso i francesi.



SALVATO DA BRIGITTE

Subito dopo l’elezione, l’immagine di Emmanuel, fino a un giorno prima quella di un giovane moderno e accessibile, che faceva selfie a ripetizione, è cambiata a 360 gradi: è diventato come “Giove” (parola utilizzata dal suo entourage), un vero monarca repubblicano, autorevole e distante. Vista l’evoluzione dei sondaggi, forse non è la strategia giusta. Intanto la moglie, la sua ex prof di liceo, utilizzata appieno in campagna per la sua empatia con il francese medio, doveva essere imprigionata in un ruolo di «première dame» istituzionalizzato. Una petizione online ha bocciato la novità. E il progetto è per il momento congelato. Ma, quando appaiono insieme in pubblico (sempre più di rado), i gridolini di entusiasmo sono ormai quasi solo per lei e non per lui. Brigitte ha superato a pieni voti i suoi primi 100 giorni. Emmanuel forse.

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