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Banche, il peggio è passato. Ma ci sono focolai da monitorare / FOCUS

Milano - Il gran premio della montagna è stato conquistato, la salita più dura è alle spalle, ma l’arrivo non è dietro l’angolo e la vittoria non è scontata.

Milano - Il gran premio della montagna è stato conquistato, la salita più dura è alle spalle, ma l’arrivo non è dietro l’angolo e la vittoria non è scontata. Alla vigilia di Ferragosto, le principali crisi bancarie italiane sono state risolte. Restano in piedi focolai minori. Gli spiragli per una loro soluzione ci sono, ma le variabili sono così tante che nulla può essere dato per scontato.

MPS - Per evitare il crac di Mps è stato necessario l’intervento dello Stato, che ha messo a disposizione 5,3 miliardi. Nei giorni scorsi ha staccato il primo assegno da 3,8 miliardi, che l’ha portato a controllare la banca, con una quota del 52%. Altri 4,5 miliardi sono arrivati dalla conversione in azioni dei subordinati, grazie a cui Assicurazioni Generali è diventata la seconda azionista, al 4,3%. Mps ha chiuso il primo semestre con un rosso da 3,2 miliardi, dovuto alle perdite per la cessione delle sofferenze. L’intervento pubblico ha però garantito la stabilità dei conti della banca, che ha un patrimonio netto di 11,3 miliardi. Il Cte1 è al 15,4%. Il piano di ristrutturazione prevede 5.500 esuberi. Il ritorno in Piazza Affari è atteso per l’autunno.

BANCHE VENETE - Se la “grande” Mps ha imboccato la via europea della ricapitalizzazione precauzionale, le “piccole” Veneto Banca e Popolare di Vicenza sono state salvate seguendo le norme italiane sulla “liquidazione coatta amministrativa”. Sono state percorse strade diverse perché diverso sarebbe stato l’impatto che il fallimento delle banche avrebbe avuto sul sistema nazionale. Anche per le venete, comunque, lo Stato ha dovuto mettere mano al portafogli, sborsando subito 5 miliardi di euro per accollarsi la parte “malandata” dei due istituti, come gli esuberi - ne sono previsti 3.900 - e i crediti deteriorati, mentre quella sana è stata ceduta a un euro a Intesa. L’a.d Carlo Messina si aspetta un «impatto neutro» dell’operazione venete su Intesa nel 2017 e positivo nel 2018.

CARIGE - Per Banca Carige il risanamento è ancora in corso. I vertici dell’istituto, però, confidano di potercela fare senza l’intervento dello Stato o di un “cavaliere bianco”. L’opera di rilancio prevede un aumento di capitale fino a 560 milioni. L’assemblea che dovrà dargli il via libera potrebbe essere convocata in autunno. I conti saranno poi rinforzati con la cessione di asset, come un portafoglio di sofferenze da 1,4 miliardi, e la dismissione di immobili di pregio. Il piano prevede anche esuberi, ma ancora non sono stati quantificati. L’ad di Carige, Paolo Fiorentino, ipotizza che i «risultati concreti» del nuovo piano strategico si possano vedere «entro la fine dell’anno».

CASSE DI RISPARMIO DI RIMINI, CESENA E SAN MINIATO - Quello delle tre casse è il dossier più a rischio, nonostante ci sia un compratore, Crédit Agricole, che si è già detto disposto a investire almeno 130 milioni di euro. CariCesena è partecipata al 95% dallo Schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) che, con ogni probabilità, in vista della cessione al gruppo francese acquisirà il controllo anche degli altri due istituti. Anche il fondo Atlante 2 potrebbe entrare nella partita, per la dimissione dei crediti deteriorati che, nel complesso, sono di 3,2 miliardi di euro. Al termine della due diligence, il primo di agosto, Crédit Agricole ha detto di «confidare nell’esito positivo» del percorso, indicando come scadenza il 15 settembre. La data, però, pare destinata a slittare. Rispetto all’investimento che sono disposti a fare Crédit Agricole, Atlante 2 e Fidt, all’appello mancherebbero infatti fra i 200 e i 300 di milioni di euro.

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