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“America First” può costare all’Italia 1,4 miliardi

Roma - La politica commerciale degli Stati Uniti e la strategia “America First” del presidente Usa Donald Trump potrebbe costare cara all’Italia. Una “briscola” più pesante dell’embargo russo.

Roma - La politica commerciale degli Stati Uniti e la strategia “America First” del presidente Usa Donald Trump potrebbe costare cara all’Italia. Una “briscola” più pesante dell’embargo russo. A mettere in luce i rischi del neo-protezionismo d’oltreoceano il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, sulla base di una ricerca di scenario dell’Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) presentata al Centro Studi Americani. Qualora dovesse essere perseguita concretamente la politica «America First» «potrebbe far perdere all’economia italiana fino a 1,4 miliardi di euro nelle esportazioni verso gli Stati Uniti, di cui oltre 300 milioni nel solo settore agroalimentare» ha detto il direttore generale Ismea Raffaele Borriello. Gli Usa rappresentano il terzo acquirente delle esportazioni italiane, sia complessive che agroalimentari.

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«Dal 2010 l’export agroalimentare italiano negli Usa - ha detto il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina - è cresciuto del 70%. E nei primi mesi del 2017 abbiamo superato i 23 miliardi di euro. Sono numeri che danno il segno di quanto sia strategico il mercato Usa, soprattutto per le nostre piccole e medie imprese. Tuttavia il rimbalzo negativo delle politiche di protezionismo potrebbe essere maggiore - ha sottolineato il ministro Martina - di quelle dell’embargo russo. L’Atlantico resta un asset strategico e con gli Stati Uniti sono molteplici le cose che ci uniscono e noi faremo di tutto perché le distanze non aumentino. I dazi non aiutano; il nostro agroalimentare ha bisogno di frontiere aperte, e su questo c’è divergenza politica con chi in Italia predica di dazi che farebbero solo danno alle nostre Pmi». «L’export agroalimentare italiano verso gli Usa, che vale complessivamente 3,8 miliardi di euro, - ha precisato ancora Borriello - è costituito per la metà dai comparti del vino (1,3 miliardi, il 35% del totale) e dall’olio (circa 500 milioni, pari al 13%). Rilevante anche il peso delle esportazioni di formaggi e latticini (289 milioni di euro, 8% del totale), pasta (244 milioni, pari al 6%), prodotti dolciari (198 milioni, 5%) e ortofrutta trasformata (196 milioni, 5%)». Borriello ha mostrato ottimismo rispetto alla «prova muscolare” di Trump: «Abbiamo un precedente incoraggiante - ha ricordato - dopo la querelle Usa-Cina il gigante asiatico ha aperto il mercato alle carni bovine».

Per Marta Dassù, vice presidente del Centro Studi Americani, «siamo entrati in una fase diversa della globalizzazione con più allineamento che disallineamento nello scenario internazionale. Nel 2017 il commercio internazionale è tornato a crescere; non come prima alla crisi del 2007 ma siamo in fase di crescita. Trump mostra i muscoli ma - secondo Dassù - parla di fair trade, commercio equo. Mostra forza nella consapevolezza che, per non aver ricadute dal protezionismo, i benefici del commercio vanno distribuiti equamente».

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