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«Economia fragile, andare avanti sulle pensioni» / INTERVISTA

Genova - Cottarelli (Fmi): «Rischioso rinviare l’innalzamento dell’età»

Genova - «Sulle pensioni non si scappa. Non basta dire che la Fornero è cattiva, o che è tutta colpa di Monti...». Carlo Cottarelli, direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale (Fmi) ieri era a Genova per discutere di creatività imprenditoriale con gli imprenditori Ermenegildo Zegna e Giovanni Rana nell’ambito degli incontri su economia e finanza organizzati da Banca Passadore. Nella sua analisi, Cottarelli - già commissario alla Spesa pubblica nel governo Letta - ha evidenziato i rischi che il Paese corre, specialmente nel settore pubblico e sul medio termine.

L’ultima ipotesi è quella di arrivare ai 67 anni per gradi...

«La cosa sicura è che un intervento va fatto, per una questione di numeri difficilmente risolvibile: tra anni ’60 e ’80 la fertilità in Italia è crollata. Oggi si vive di più, ci sono molti più anziani ai quali chi lavora deve pagare la pensione. Soluzioni, poche: o si lavora più a lungo, o si tassano di più i giovani - e non mi pare una buona idea - oppure si va verso la gestione privata, che implica la necessità di risparmiare di più e pensioni pubbliche più basse».

Intanto le elezioni si avvicinano

«E bisognerà vedere quanto la politica terrà fede a promesse e annunci. L’economia italiana è in crescita, forse anche un po’ più del previsto: 1,3-1,5%. Ma è fragile. Nel caso si verificasse un nuovo choc economico in Europa, il Paese sarebbe soggetto alla speculazione: nulla di peggio che dover correre ai ripari con misure correttive in un contesto del genere».

Non bisogna insomma abbandonare le riforme

«Seppure fragili, dal settore privato e nel breve termine arrivano segnali incoraggianti. Ma è dalla gestione pubblica che ci possono essere preoccupazioni, e sul medio termine: qualcosa in questi anni si è fatto, ma i problemi riguardano l’efficienza dei servizi. La corruzione è ancora alta, sulla burocrazia alcune cose si sono risolte e altre si sono addirittura complicate, mediamente un processo civile dura ancora 7 anni e anzi il giudizio in terzo grado si è allungato... Però non dobbiamo pensare al privato come scisso dal pubblico, perché proprio quest’ultimo è scelto da noi, dai privati. In Italia c’è una certa mancanza di capitale civile».

Come incide la rivoluzione digitale nella nostra società?

«Guardi, ci sono due scuole di pensiero. Per la prima siamo davanti alla più grande rivoluzione tecnologica di sempre; per l’altra - sostenuta ad esempio dall’economista Robert Gordon, e alla quale devo dire sono più vicino - è più scettica. I primi 80 anni del XX secolo ci hanno insegnato che a fronte di grandi rivoluzioni tecnologiche, aumentava la produttività. Oggi questo non si verifica. Certamente c’è una redistribuzione del reddito, ma credo che questo sia il portato, più che dalla tecnologia, di anni di globalizzazione, nei quali la nostra realtà si è approssimata a Paesi con differenti fiscalità e costo del lavoro».

Soluzioni?

«La competizione tra Paesi si potrebbe risolvere solo con una “World Tax Organization”, che armonizzi i sistemi fiscali di tutto il mondo: è evidente che si tratti di utopia. Certo, se almeno in Europa si riuscisse a trovare un’armonizzazione sarebbe utile, ma vediamo che non è così».

Dopo 25 anni al Fmi, a breve tornerà in Italia per occuparsi del suo nuovo Osservatorio sulla spesa pubblica. Come lavorerete nel contesto delle elezioni?

«Con il controllo dei fatti. Chiedendo come saranno attuate le ricette dei partiti. Il nostro Paese ha un surplus primario dell’1,7%, lontano dal 4,7% fissato nel 2014 e necessario a ridurre un rapporto pil-debito pubblico che viaggia al 132%. Andremo nel dettaglio, su elementi poco raccontati, come quello dei derivati che pesano sul nostro deficit di cassa».

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