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Investimenti stranieri? Opportunità da cogliere senza rinunciare alle regole / COMMENTO

L’analisi del prof. Maurizio Maresca

IL porto di Genova, davvero parte integrante del corridoio Reno Alpi, pare oggi conteso fra i grandi investitori della logistica e delle infrastrutture in considerazione, non solo del Terzo valico, della gronda, di Arcisate-Stabio (inaugurata ieri) e di Monte Ceneri e Gottardo, ma anche della recente joint venture ferroviaria fra Italia e Svizzera che si attesta oggi su Milano e domani, auspicabilmente, proprio su Genova.

Ma l’interesse di imprese straniere europee e cinesi) ad acquisire il controllo delle principali infrastrutture del porto di Genova mette in luce anche la necessità di alcune politiche pubbliche che il governo centrale, possibilmente d’intesa con le Regioni e gli stessi grandi Comuni, a maggior ragione in periodo elettorale (quando la politica è in genere più debole), devono adottare d’intesa perché il sistema funzioni. Sugli investimenti stranieri si giustappongono spesso due tipi di atteggiamento. Il primo coglie acriticamente le opportunità finanziarie che potrebbero provenire da investitori stranieri, senza preoccuparsi di un coordinamento nazionale o europeo: un atteggiamento comprensibile nei paesi del Sud Europa, costretti a svendere i “gioielli di famiglia” per finanziare le infrastrutture di coesione anche quando questo implichi la rinuncia parziale alla sovranità economica nazionale. Il secondo atteggiamento, pregiudizialmente ostile agli investimenti stranieri, è motivato dalla necessità di evitare appunto che lo Stato perda il controllo di assets strategici (e quindi non riesca a promuovere la propria politica economica). Un terzo atteggiamento più maturo merita maggiore attenzione.

Il nostro Paese deve promuovere, anche con misure di politica industriale (ma le Regioni ed i grandi Comuni potrebbero svolgere un ruolo decisivo specie se potessero disporre di un rapporto forte con università e istituzioni finanziarie internazionalmente qualificate), alleanze sulle sue infrastrutture di corridoio per corrispondere ed attuare politiche pubbliche volte alla crescita e per recuperare il tempo perduto.
L’indicata esigenza di accogliere gli investimenti stranieri deve coordinarsi con alcune misure nazionali irrinunciabili e segnatamente: a) con il principio del “buon funzionamento del mercato”; b) con l’interesse nazionale.

Sotto il primo profilo l’accesso al mercato delle infrastrutture e dei trasporti deve essere condizionato al rispetto di alcuni standard di trasparenza minimi. È vero che le imprese arabe, cinesi, di Singapore ecc. non sono destinatarie delle norme europee in materia di concorrenza e aiuti di Stato: ma quando esse decidono di stabilire una loro organizzazione in Italia è corretto accettino il level playing field del Paese. In secondo luogo tutte le imprese straniere che rilevano la gestione di infrastrutture strategiche (quindi anche quelle comunitarie) devono necessariamente partecipare, nel senso di coordinarsi con, le scelte nazionali di politica economica. In breve l’interesse nazionale ed europeo reagisce e orienta anche gli investimenti dei privati di qualsivoglia nazionalità.

Questi due principi vanno tenuti in considerazione, ad esempio secondo la legge 21 del 2012, anche nel caso di transazioni fra “privati”: e cioè quando fondi o imprese straniere si rendessero cessionari del pacchetto di controllo di imprese operanti nella gestione di infrastrutture in concessione o in servizi di interesse economico generale (beninteso quando si tratti di investimenti strategici). Si pensi ad imprese quotate portuali, aeroportuali, autostradali o a imprese erogatrici di servizi di interesse economico generale. In questi casi è corretto che gli effetti di tali transazioni, se riguardano imprese strategiche, siano subordinati al nulla osta delle autorità pubbliche nazionali preposte al governo dell’economia. E questo, va ribadito, non per impedire, ma per promuovere e coordinare gli investimenti stranieri con le politiche nazionali.

Il che non significa che una efficace politica dei trasporti non debba essere di rilevanza europea nel quadro della attuazione del Mercato Unico della Mobilità (una sola autorità ed una sola regola per dare una risposta unitaria all’esigenza di coordinamento). Ma i tempi per questa prospettiva certo non sono maturi ed il nostro Paese deve scegliere ora.

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