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Arabia, l’ascesa dello spregiudicato Salman / ANALISI

Roma - È ancora presto per dare al principe Salman l’etichetta di capodi una primavera saudita. Questo il parere dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale. Il principe Mohammed bin Salman - anche detto Mbs - è davvero l’ispiratore e protagonista di una «primavera» saudita?

Roma - È ancora presto per dare al principe Salman l’etichetta di capo di una primavera saudita. Questo il parere dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale. Il principe Mohammed bin Salman - anche detto Mbs - è davvero l’ispiratore e protagonista di quella che un autorevole giornalista del New York Times ha definito la «primavera» saudita, ovvero uno spregiudicato rampollo di casa reale spinto da un’irrefrenabile ambizione di potere, per sé e per il ruolo regionale e internazionale del suo paese? In realtà, questo personaggio appare come un’amalgama ancora in divenire. Pur giovane, ha avuto modo di conoscere bene i delicati meccanismi sui quali poggia il centro di gravità della casa reale saudita e del suo sistema di potere, assoluto ma cucito a doppio filo con un obbligato consenso familiare, religioso e tribale, nonchè di un patto sociale che col tempo si è fatto decisamente impegnativo. Li ha potuti vagliare, questi meccanismi, nei loro punti di forza e di debolezza: accanto a un padre pragmatico, scaltro, aperto al mondo, erede e deciso perpetuatore della dinastia degli al-Saud; a una madre dai mille contatti dentro e fuori la casa reale; ai due fratelli più giovani, più cosmopoliti di lui, che invece si è formato in Arabia.

Proprio grazie a questo è riuscito a rimettere questi meccanismi in un ordine nuovo, scalando, con la complicità del padre - a una velocità impressionante, verosimilmente scandita dalla malferma salute di quest’ultimo - i gradini che lo hanno portato all’anticamera del potere reale: a 32 anni, sgretolando la sua piramide gerontocratica con altri coetanei della casa. Dal padre e dal predecessore Abdallah ha preso le mosse per imprimere un’inedita accelerazione ad un processo di modernizzazione del paese che nessuno o pochi avrebbero ipotizzato. Ha aggredito l’oscurantista soggezione della donna così come la latitudine di intervento della polizia religiosa cui è stata sottratta la potestà di arresto.

Sta aprendo al turismo laico, al cinema; sta piallando le increspature della diffusa doppia morale, riscuotendo segnali di inquietudine peraltro sovrastati dal plauso della preponderante parte giovanile del Paese. Ha lanciato “Vision 2030”, un avveniristico programma di scomposizione e ricomposizione dell’intero sistema economico, fiscale, finanziario e sociale del Paese, con l’obbiettivo di portarlo a una tale diversificazione da emanciparlo dalla dipendenza del petrolio e aprirlo al mercato finanziario e produttivo. Un programma tanto ambizioso quanto ancora incerto nella sua fattibilità finale, che sta già portando a un promettente calo del deficit fiscale.

Ha sorpreso in questo contesto la scure della detenzione (dorata) fatta cadere su decine di appartenenti alla più illustre nomenclatura della casa reale e della società saudita nel nome della moralizzazione del Paese: un’azione annunciata da tempo, ma alla cui messa in opera ben pochi, soprattutto all’estero, erano disposti a credere. La si è letta, non a torto, anche come una ruvida messa fuori gioco di potenziali avversari attuali e un avvertimento per altri ancora nell’ombra. Ha reso un non trascurabile introito - si parla di 100 miliardi di dollari - per le casse dello stato come contropartita della loro liberazione. Sul versante internazionale, Mbs ha mostrato di non nutrire alcun timore reverenziale per i «grandi» della terra e di essere anzi un estimatore del pragmatismo,ì nella spinta all’ampliamento delle alleanze e degli accordi (da Pechino a Mosca, da New Delhi a Tokyo).

Salman si è guadagnato la prima tappa della prima visita all’estero del presidente americano Donald Trump, e ne ha celebrato la ritrovata alleanza storica al cospetto di un parterre di alleati arabi e musulmani accomunati dall’ostilità nei riguardi dell’Iran sotto il dichiarato vessillo dell’antiterrorismo. È sul terreno della sfida con l’Iran per l’egemonia nella regione, che Mbs ha scritto pagine di rischiosa criticità. Vedendovi la longa manus di Teheran, si è lanciato alla testa di una coalizione araba in una guerra per procura in Yemen, che la legittimante condanna delle Nazioni Unite del colpo di Stato perpetrato dagli Houthi e il pur ingente investimento umanitario non hanno salvato né dalla recriminazione generale per la strage di innocenti che ha provocato né dal rischio che si tramuti in un Vietnam saudita. La rottura delle relazioni col Qatar ha seguito in buona misura lo stesso paradigmatico sospetto.

Che poi è divenuta rinnovata accusa di destabilizzazione regionale per bocca del primo ministro libanese Hariri, a motivazione delle sue dimissioni irritualmente annunciate da Riyadh e poi rientrate sulla base di una labile promessa di «neutralità» di Hezbollah, il grande sodale dell’Iran. Si tratta di un’accusa divenuta ormai oggetto di una vera e propria strategia politico-mediatica portata avanti con discreto successo a livello regionale e internazionale, in congiunzione con la lotta al terrorismo, di cui è difficile non vedere in Mbs l’ispiratore, così come dell’accorta linea che il principe saudita sta conducendo per restare in gioco nel negoziato di Ginevra sulla Siria, dove è riuscito a mediare al ribasso la formazione della delegazione delle forze di opposizione, gradita a Mosca, con cui si stanno del resto saldando altri importanti punti di convergenza, petrolio fra tutti.

Il recupero di un importante spazio di agibilità in Iraq è stato d’altro canto l’obiettivo nell’auspicato processo di stabilizzazione del paese e il rilancio a tutto campo del partenariato tra i due stati, benedetto dal primo ministro iracheno Haider Abadi. Contando, nell’uno e nell’altro caso, sull’appoggio di Washington in base alla comunanza di interessi anti-iraniani, con Israele, e sulle remore russe a un dominante ruolo di Teheran nella regione.

La persistente crepa politico-settaria si è approfondita a causa della picconata sferrata da Trump con la nota decisione di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme - che Teheran sta cavalcando - e si è allargata nello stesso campo sunnita con l’approccio radicale assunto dalla Turchia. Per Riyadh ciò rappresenta un aggiuntivo fattore di criticità che rischia di rendere ancor più problematica la tela negoziale sul processo di pace di cui Riyadh era ed è tuttora parte. Per Mbs, presto futuro re, il 2018 presenta un impegnativo orizzonte di sfide incrociate.

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