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«Così le sanzioni contro l’Iran danneggiano le nostre industrie» / COLLOQUIO

Genova - «Esportiamo in cinquanta Paesi del mondo, l’azienda riuscirà ad assorbire le conseguenze della politica estera di Trump, ma è davvero assurdo quanto sta accadendo», racconta Filippo Contessi.

Genova - «Esportiamo in cinquanta Paesi del mondo, l’azienda riuscirà ad assorbire le conseguenze della politica estera di Trump, ma è davvero assurdo quanto sta accadendo. L’Iran è il Paese in cui siamo cresciuti di più negli ultimi anni e dove avevamo le migliori prospettive di sviluppo». Filippo Contessi è il nipote del fondatore della Contessi di Genova, storica azienda che dal 1926 produce attrezzature utilizzate nelle funzioni di processo delle acciaierie. Con 18 dipendenti, la società opera su due unità produttive a Sestri Ponente, per complessivi 1.500 metri quadrati: produce componenti meccanici per operazioni di taglio e fusione dell’acciaio mediante l’uso di gas tecnici per il settore siderurgico. Contessi esporta il 60% del fatturato e lavora con Teheran dal 2011.

«Nel 2015 l’Iran era arrivato a incidere per il dieci per cento sul nostro giro d’affari. - racconta Filippo Contessi, che occupandosi delle esportazioni affianca il padre Fabio, amministratore unico, l’uomo che ha portato la società sui mercati esteri - Con l’arrivo di Trump il business ha cominciato a rallentare, se non addirittura a bloccarsi. La costruzione di due acciaierie nelle regioni dell’Hormozgan e Kerman, che eravamo pronti a fornire, è stata messa in stand by a causa delle basse quotazioni del petrolio e della politica estera degli Usa. È avvilente vedere come le imprese italiane ed europee siano danneggiate dalla supremazia statunitense». Contessi racconta che lavorare con l’Iran non è mai stato semplice: «Più che le sanzioni, pesano le restrizioni bancarie sui pagamenti e sulle garanzie per gli ordini. Noi abbiamo sempre lavorato attraverso una complicata triangolazione con una società tedesca, che svolge attività di intermediazione per i pagamenti. L’offerta viene fatta direttamente al cliente iraniano, la merce spedita direttamente da Genova all’Iran, prevalentemente via gomma e talvolta via mare o aerea. Ma il cliente paga la società tedesca, che a sua volta paga il fornitore».

Questo accade perché la maggior parte delle banche italiane non lavora con imprese che esportano in Iran: «I grandi gruppi bancari ci hanno sempre detto “no”. Anche una transazione con il trader tedesco, essendo una società riconducibile all’Iran, non viene accettata. La sola banca che ha dimostrato flessibilità è Carige». Contessi osserva come in Germania ci sia «una maggiore presenza di banche disponibili» e, riflettendo sulle ultime iniziative di Trump, si dice certo che «le future sanzioni faranno perdere ordinativi ai Paesi europei in favore di India e Cina».

La società non ha interrotto il rapporto commerciale con Teheran, ma il trasporto, racconta il titolare, si fa sempre più disagevole: «Controlli interminabili, che tengono ferma la merce a lungo in dogana, aumentando i tempi di transito. E situazioni al limite dell’assurdo: una volta sono stato chiamato in dogana all’aeroporto di Bergamo per spiegare che i prodotti erano cannelli da taglio per l’acciaio e non componenti per armi». Da qualche anno il fatturato è tornato a crescere: «Nel 2017 abbiamo fatto +10% su 2016, quest’anno siamo in linea. - chiude Contessi - Ma senza lo scontro Usa-Iran potremmo fare molto meglio, così come altre imprese, perché gli iraniani hanno grande considerazione dell’Italia. L’ex Italimpianti ha installato là i più grandi altoforni del Paese».

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