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Singapore, la megalopoli scelta da Trump per incontrare Kim Jong-un

Singapore - Singapore è uno dei Paesi con il più basso tasso di criminalità al mondo e proprio per questo è stata prescelta per lo storico faccia-a-faccia (in lizza c’erano anche altre città neutrali, politicamente neutrali, di Mongolia, Svizzera e Svezia).

Singapore - Legge e ordine: è questa la caratteristica di Singapore, la città-Stato situata alla punta estrema della penisola malese, prescelta per lo storico vertice tra il presidente Usa, Donald Trump, e il leader nordcoreano, Kim Jong-un. Singapore è uno dei Paesi con il più basso tasso di criminalità al mondo e proprio per questo è stata prescelta per lo storico faccia-a-faccia (in lizza c’erano anche altre città neutrali, politicamente neutrali, di Mongolia, Svizzera e Svezia).

Ma Singapore è una città anche straordinariamente «repressiva, dove il governo -denuncia Amnesty International - limita fortemente ciò che può essere scritto, detto, fatto, letto o guardato». Comunque sia, per un giorno gli occhi del mondo saranno puntati sulla città e le autorità sono determinate a non deludere. A pattugliare le strade ci saranno non solo migliaia di poliziotti, ma anche le unità d’élite, i Gurkha nepalesi. Aree chiuse al traffico e blocchi al traffico dovranno facilitare i movimenti delle delegazioni. In molte zone, barriere di cemento, metalliche e, in alcune strade, meccaniche che si alzeranno a richiesta. Per arginare eventuali proteste, sono stati vietate bandiere, megafoni e razzi luminosi vicino ai luoghi del vertice.
Gli abitanti - 5,6 milioni di persone che conducono una tranquilla e ordinata vita quotidiana - sono abituati alla forte presenza di polizia e soldati in metro e aeroporti: ma il governo da giorni li martella con messaggi whatsapp per allertarli sui disagi. Particolarmente pesanti le misure di sicurezza a Sentosa, l’isola prescelta per il summit (perché relativamente lontano dai centri abitati), vicino lo Shangri-la Hotel dove pernotterà Trump e al Capella Hotel, il lussuoso albergo, dove i leader si incontreranno.

L'ATTESA ASIATICA
La ricerca di influenza e i timori per il futuro dello scenario in Asia nord-orientale dominano le agende di Pechino, Seul, Tokyo, e Mosca in previsione del summit del prossimo 12 giugno a Singapore tra il presidente Usa, Donald Trump, e il dittatore nord-coreano, Kim Jong-un. I quattro Paesi che assieme a Stati Uniti e Corea del Nord hanno lanciato nel 2003 il format dei colloqui a sei per il nucleare nord-coreano, naufragati alla fine del 2008, hanno oggi agende diverse e non sempre coincidenti, e con occhi diversi guarderanno al summit tra Trump e Kim.

Di seguito un’analisi:
COREA DEL SUD - Seul è in prima linea per il successo del summit tra Trump e Kim. All’indomani dell’annullamento del vertice da parte del presidente Usa per «aperta ostilità» della Corea del Nord, il presidente sud-coreano, Moon Jae-in, si è detto «profondamente rammaricato»: dopo il ripensamento di Trump, Moon ha sfruttato lo spiraglio, tenendo un summit al confine con la Corea del Nord con Kim Jong-un, per fare ripartire gli sforzi diplomatici. La Casa Blu non ha ancora sciolto i dubbi sull’effettiva presenza o meno di Moon al summit di Singapore, che potrebbe durare più di un giorno e servire come trampolino per raggiungere la pace a 65 anni dalla tregua che ha posto fine alle ostilità della guerra di Corea. L’obiettivo finale di Moon resta la riunificazione della Corea: proprio per questo, quando lo ha incontrato, avrebbe dato al leader nord-coreano una chiavetta Usb contenente una mappa della Corea unificata, con i vantaggi economici derivanti dalla riunificazione.

CINA - L’interesse della Cina rispetto al summit di Singapore riguarda al futuro della penisola coreana. Pechino è favorevole alla denuclearizzazione, ha dichiarato il presidente cinese, Xi Jinping, a Kim, durante i due incontri avuti con lui. La Cina teme però il collasso del regime. «Nessuno vuole vedere il caos sull’uscio di casa», aveva dichiarato lo scorso anno il premier, Li Keqiang, mentre l’escalation missilistica di Pyongyang prendeva una piega sempre più marcata e apparentemente imprevedibile. E soprattutto Pechino non vuole ritrovarsi i militari statunitensi, atualmente schierati in Corea del Sud, di fronte all’uscio di casa. Secondo un’analisi del think-tank Atlantic Council, lo scenario ideale per Pechino vedrebbe un allentamento delle sanzioni nei confronti della Corea del Nord e un processo per arrivare alla pace nella penisola coreana che indebolisca l’alleanza tra Washington e Seul, riducendo la presenza militare statunitense in Corea del Sud. Lo scenario più sgradito, ma giudicato improbabile, è quello di una Corea riunificata sotto l’influenza statunitense.

GIAPPONE - Dei Paesi che hanno fatto parte dei colloqui a sei, il Giappone appare il più debole nello scenario attuale. Il primo ministro, Shinzo Abe, è il più legato alla linea della «massima pressione» nei confronti della Corea del Nord, che gli stessi Stati Uniti, almeno a parole, sembrano per ora accantonare (anche se Trump ha ribadito che le sanzioni rimarranno). Il rischio di un isolamento su posizioni troppo dure si è manifestato nei giorni scorsi agli Shanghai-la Dialogue, i colloqui sulla sicurezza in Asia che si sono tenuti a Singapore il 2 e 3 giugno.

RUSSIA - La Russia è rimasta, finora, defilata rispetto alla questione nord-coreana. La posizione ufficiale di Mosca rispetto alla situazione nella penisola non è dissimile, almeno a parole, da quella di Pechino, ma la visita a Pyongyang, il 31 maggio scorso, del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha segnato un nuovo riavvicinamento tra Russia e Corea del Nord. Dall’incontro è emersa anche l’ipotesi di un incontro tra Kim e il presidente russo, Vladimir Putin, che potrebbe avvenire già nei prossimi mesi.

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