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I fondi non conquistano l’impresa ligure / ANALISI E GRAFICI

Genova - Italia terra di conquista per i fondi d’investimento internazionali? Vero, ma la Liguria fa eccezione. Negli ultimi 17 anni in Italia sono state realizzate oltre 1.500 operazioni, e di queste solo 49 hanno avuto come oggetto aziende liguri

Genova - Italia terra di conquista per i fondi d’investimento internazionali? Vero, ma la Liguria fa eccezione. Negli ultimi 17 anni in Italia sono state realizzate oltre 1.500 operazioni, e di queste solo 49 hanno avuto come oggetto aziende liguri.

GRAFICO 1: Il numero di operazioni realizzate in Italia
GRAFICO 2: Gli investimenti in Liguria anno per anno dal 2010


IL CASO LIGURE
Chi pensa che il private equity abbia occupato militarmente l’industria ligure è vittima di un effetto ottico dovuto ad alcune grandi operazioni. Negli ultimi 17 anni l’Italia è stata teatro di 1.557 operazioni tra buy out, expansion, replacement, early stage e turnaround. In Lombardia si sono concentrati poco meno di 600 investimenti, il 36% del totale. Seguono, a distanza, l’Emilia Romagna con 226 operazioni (il 18% del totale), il Veneto con 175 (17%) e il Piemonte con 141.

Poi Toscana, Lazio, Friuli Venezia Giulia. Per incontrare la Liguria si deve scendere all’ottava posizione della classifica: qui in 17 anni si sono registrate 49 operazioni, in media meno di tre l’anno, alcune delle quali di grande successo, ma il numero ci allinea alle regioni del Sud ed è ”gonfiato” dal fatto che alcune aziende sono state oggetto di più operazioni nel corso del periodo esaminato. Meno attrattive della Liguria solo Marche, Umbria, Trentino e tutte le regioni del Sud.


QUESTIONE DI TAGLIA
Il tessuto imprenditoriale ligure e il capitale di rischio si parlano a fatica. Perché? «La Liguria è sempre stata la regione del Nord che meno si è affacciata al private equity – risponde Anna Gervasoni, direttore generale dell’Aifi, l’Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt –. C’è un problema dimensionale: i fondi cercano soprattutto aziende di medie dimensioni, con più di 50 milioni di fatturato, e queste in Liguria sono poche. Ma più in generale l’impresa ligure, con le dovute eccezioni, fatica ad aprirsi al capitale di terzi ed è un peccato, perché il territorio esprime imprese di qualità in molti settori: porto, logistica, metalmeccanica, alimentare, high tech, servizi al turismo». Gervasoni trascorre buona parte della stagione estiva in Riviera: «Conoscendo i liguri dico che gli imprenditori hanno un dna cauto, ma quando mettono fuori la testa sono avantissimo, fanno cose straordinarie - spiega -. Forse varrebbe la pena lavorare sulla creazione di un operatore dedicato, ne esistono per il Nord Est e il Sud, operatori di prossimità, che parlano “lo stesso dialetto” dell’imprenditore e quindi sanno come rapportarsi. In passato ci sono già state iniziative di questo genere». LigurCapital e Maestrale Bpc Investimenti (ora Yarpa) ne fanno parte: «Entrambe hanno dimostrato dei limiti - interviene Fabrizio Vettosi, managing director di Venice Shipping and Logistics - LigurCapital, essendo pubblica, sottostà a dinamiche politiche; Maestrale, essendo finanziata da Passadore e da imprenditori locali, ha forse peccato di autoreferenzialità. I fondi d’investimento funzionano meglio se privati e sostenuti da capitali che non appartengono al territorio su cui investono». Anche Vettosi è convinto che la dimensione aziendale sia determinante: «Le aziende molto piccole sono dispendiose in termini di tempo e complicate da gestire».

PORTO E TECNOLOGIA
Porto, alta tecnologia, turismo, alimentare, metalmeccanica. I comparti che potrebbero beneficiare dei fondi d’investimento in Liguria non mancano, ma secondo Vettosi pensare che il potenziale inespresso del sistema sia ampio è illusorio: «Nello shipping le operazioni più importanti sono fatte: Gip, Rina, Rimorchiatori. Restano opportunità nei servizi e nella logistica, il cui sviluppo dipende dalla spinta propulsiva delle infrastrutture portuali. Erzelli può essere interessante per il venture capital». Anche secondo Gervasoni quella tecnologica è un’area di intervento promettente: «Erzelli e l’Iit di Cingolani presentano un potenziale di crescita alto». «La piccola impresa ligure potrebbe avvicinarsi al mondo dei capitali pazienti e non invasivi del private debt», aggiunge Vettosi, riferendosi ai fondi d’investimento che invece di entrare nel capitale offrono strumenti finanziari di debito.


CASI DI SUCCESSO
Ansaldo Energia, Esaote, Rimorchiatori Mediterranei. Una delle aziende cresciuta di più grazie al capitale dei fondi è Italmatch Chemicals, il produttore di additivi e olii lubrificanti passato attraverso quattro operazioni che ne hanno determinato lo sviluppo internazionale. Nel 2001 Italmatch era una società genovese con 55 dipendenti, oggi il gruppo impiega 700 addetti: «Fondamentale è scegliere il fondo “giusto” - riflette Giuseppe Zampini, amministratore delegato di Ansaldo Energia, società che nel 2011 vide l’ingresso del fondo Usa First Reserve e che oggi è controllata da Cassa Depositi e Prestiti -. Perché è vero che il fondo d’investimento sceglie dove investire, ma anche l’imprenditore deve valutare bene il partner». Oltre a fornire capitale, secondo Zampini il private equity è utile alle piccole e medie imprese «nell’internazionalizzazione e contribuisce, in termini di management, a una gestione aziendale più efficace ed efficiente. Quella di Ansaldo Energia con il First Reserve fu un’esperienza positiva: sul mercato non arrivarono gli effetti sperati, ma erano anni in cui la crisi era ancora pesante».


IL MERCATO EUROPEO
Il settore del private equity e venture capital in Europa scoppia di salute. È in crescita costante dal 1997, ha toccato un picco nel 2006, ha attraversato qualche difficoltà negli anni peggiori della crisi, ma poi è tornato a correre. I fondi di investimento sono 8.000, 64mila le aziende in portafoglio, 250 mila le operazioni effettuate in 20 anni.

I dati raccolti da Invest Europe e dal Private Equity Monitor raccontano che nel 2017 la raccolta di denaro da investire nelle imprese ha raggiunto i 92 miliardi, il livello più alto dal 2006, con un incremento del 12% rispetto al 2016. I fondi pensione hanno inciso per il 29% sul totale dei fondi raccolti, mentre gli investitori istituzionali non europei hanno contribuito per il 40% (asiatici in testa).


ITALIA E LIGURIA NEL 2017
Rispetto al mare di denaro raccolto in Europa, guardando i dati dell’Aifi si scopre che l’Italia è un attore di dimensioni relativamente piccole: nel 2017 gli investitori hanno fornito 4,9 miliardi.

L’anno scorso le operazioni realizzate dai fondi sono state 311 (-3% rispetto al 2016), distribuite su 250 società, per un controvalore di 4,9 miliardi, il 40% in meno rispetto al 2016, quando le risorse erano state pari a 8,1 miliardi grazie ad alcune operazioni di grandi dimensione. Il dato 2017 risulta comunque il terzo valore più alto registrato in Italia negli ultimi dieci anni, dopo i picchi del 2008 (5,458 miliardi) e del 2016.

Rispetto alle 311 operazioni complessivamente realizzate, quelle che hanno coinvolto società liguri si contano sulle dita di una mano: l’80% di Creditis venduto da Carige a Chenavari per 40 milioni; Esaote venduta da Ares a un consorzio cinese di fondi e gruppi industriali; il 95% di Gruippo investimenti portuali venduto da Luigi Negri, Giovanni Cerruti e Giulio Schenone ai fondi Infravia e Infracapital per 200 milioni; Premuda ceduta con i debiti dalla famiglia Rosina a Pillarstone; il 35% della controllata Rimorchiatori Mediterranei venduto da Rimorchiatori Riuniti a Deutsche Asset Management per 150 milioni. A livello nazionale il taglio medio delle operazioni è stato 11 milioni nel 2017, in crescita rispetto ai 7,8 milioni del 2016. La tabella grande in alto mostra come la Liguria sia in linea con il dato nazionale.

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