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Malacalza, le dimissioni annunciate e la guerra dentro Carige / EDITORIALE

Genova - Di vicende anomale, spesso al punto da apparire surreali, la storia recente dell’ex Cassa di Risparmio di Genova e Imperia è a dir poco ricca.

Genova - Di vicende anomale, spesso al punto da apparire surreali, la storia recente dell’ex Cassa di Risparmio di Genova e Imperia è a dir poco ricca. Ma quella andata in scena nelle ultime 36 ore, quando i travagli della banca troveranno la loro naturale conclusione sarà ricordata come la più incredibile.

Succede, in estrema sintesi, che nella tarda serata di mercoledì Vittorio Malacalza decida di formalizzare l’atto d’accusa in parte esternato di fronte ai consiglieri d’amministrazione. E che per farlo utilizzi, dopo una telefonata di cortesia (ma su questo non vi è certezza, se non il “no comment” di protocollo), l’indirizzo email del capitano (il mittente è inequivocabile: “captain”) dello yacht di sua proprietà, il Mai Domo, placidamente ancorato al Porto Antico di Genova. I consiglieri impiegano un paio d’ore per ricevere, decifrare e commentare la missiva: c’è chi non consulta la posta elettronica, aggiungiamoci che in quei minuti si gioca la semifinale del campionato del mondo, insomma la serata impiega poco a diventar notte.

Ma cosa contiene, la lettera del primo azionista di Carige? Volendo semplificare, due notizie e un messaggio. La prima notizia è che in un cda guidato da Paolo Fiorentino lo spazio per Malacalza non c’è più, anzi: consiglieri e azionisti dovranno scegliere, da oggi, da che parte stare. La seconda è che le accuse, pesantissime, rivolte da Giuseppe Tesauro all’ad sono non solo condivise, ma amplificate da Malacalza che, con il suo riferimento ai rapporti tra Fiorentino e Luca Lanzalone, getta benzina su incendio che già stava divampando. Facile immaginare, a tal proposito, che la querela per diffamazione annunciata dall’ad nei confronti dell’ex presidente venga estesa all’azionista. Ma oltre alle notizie c’è, appunto, un messaggio. Che è il seguente: dal cda forse mi dimetterò (c’è chi dà per certo l’annuncio «nei prossimi giorni»), ma se la “cordata Mincione” vuole la guerra, si sappia che non intendo fare passi indietro.

È questo, probabilmente, il passaggio cruciale della lettera di Malacalza. Quali strategie nasconda, ammesso che le nasconda, non è facile ipotizzarlo. Fare cadere il consiglio prima dell’assemblea? Nessuno lo conferma. Forse la volontà di salire al 28%? Non è escluso. Come ricordava ieri una persona per lungo tempo vicina al primo azionista, «il suo problema non sono certo i soldi». Di sicuro la decisione di Mincione di prendersi la scena proprio mentre i consiglieri malacalziani andavano all’attacco di Fiorentino ha rappresentato, per Malacalza, l’ultimo affronto, quello meno tollerabile. E la frase «i problemi li ha lui, visto che i suoi uomini si stanno dimettendo tutti», pronunciata da Mincione negli stessi istanti in cui Malacalza minacciava le dimissioni in cda, non è passata inosservata fra i fedelissimi del primo azionista.

In fin dei conti, la finanza è anche questo: sorrisi e sgambetti, alleati e professionisti del doppiogioco. È una guerra di nervi che, nel caso di Carige, rischia di lasciare sul campo vittime illustri.

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