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Mincione-Malacalza, inizia l’estate calda per il controllo di Banca Carige

Genova - Dalle dichiarazioni ai fatti concreti, il passo è stato più rapido del previsto.

Genova - Dalle dichiarazioni ai fatti concreti, il passo è stato più rapido del previsto. La corsa a due per il controllo di Banca Carige è vicina ad entrare nel vivo con la richiesta di Raffaele Mincione di salire oltre la soglia del 9,9%. Il finanziere romano si è già portato all’8% del capitale dell’istituto genovese ma, secondo indiscrezioni, sarebbe pronto a domandare alle Autorità di vigilanza dalla Bce di entrare in doppia cifra.

È il primo atto sostanziale della battaglia a distanza tra Mincione e la famiglia Malacalza, oggi in possesso del 20,6% ma autorizzata da Bce a raggiungere quota 28%. Eventualità, quest’ultima, che il mercato reputa oramai molto probabile.

La decisione di Vittorio Malacalza di rinunciare al posto in cda in polemica con l’ad Paolo Fiorentino (le dimissioni vere e proprie arriveranno la prossima settimana) ma di non abdicare al ruolo di “azionista del territorio” sembra andare proprio in questa direzione. E le recenti dichiarazioni di Mincione confermano la distanza incolmabile tra i progetti dei due azionisti: «Ho sempre detto che il tempo massimo per arrivare a un’aggregazione sarebbe stato diciotto mesi. Oggi sono convinto che sia necessario accelerare. Bce, Bankitalia e non ultimo il buon senso hanno già tracciato la strada per Carige. Ora spetta a noi portare quest’accelerazione all’interno del board».

Che la strada verso il risanamento debba portare necessariamente a un’aggregazione è un teorema che Malacalza rigetta da sempre. Da azionista della prima ora (fu proprio il suo iniziale acquisto del 10,5% delle azioni per 66 milioni di euro, tre anni fa, a salvare Carige dal precipizio) Malacalza insiste per mantenere a Genova il controllo della banca. «Carige deve rimanere un presidio sul territorio, a difesa delle famiglie e delle aziende liguri», ha dichiarato in più occasioni. Un progetto del tutto inconciliabile con quello di chi, invece, non vede alternative alla fusione. Che, nel caso di Carige, non può che riguardare un soggetto di dimensioni maggiori. «I nomi sono i soliti due o tre – ha detto Mincione al Secolo XIX - C’è Bpm, che ho tanto amato, ci sono Bper e Ubi. Ma non possiamo dimenticare, anche se io sono decisamente nazionalista, le due francesi (Crédit Agricole e Bnp, ndr). Sono riflessioni spontanee, più che idee. Vedremo dove arriveremo, e soprattutto dove arriverà l’ad quando avrà il mandato per portare a termine la fusione».

Secondo quanto riferito ieri all’agenzia Radiocor da fonti vicine a Mincione, già la prossima settimana inizieranno gli incontri con i professionisti che potrebbero comporre la lista dei candidati di Pop 12 Sarl, il veicolo che detiene il pacchetto delle azioni Carige. Per la carica di nuovo presidente della banca, Mincione punterebbe a una figura di garanzia con un riconosciuto curriculum nel settore bancario, mentre è probabile che sia ancora Fiorentino il manager a cui affidare la guida operativa in continuità con il piano industriale 2017-20 in corso di esecuzione. Mincione dal canto suo punta a ricoprire il ruolo di azionista senza far parte del board e quindi non sarà tra i candidati al ruolo di consigliere.

Ma gli occhi del mercato sono puntati anche su un altro socio pesante di Carige: Gabriele Volpi, dato in totale sintonia con Mincione, oggi azionista con una quota di poco inferiore al 10% ma pronto, secondo più di una voce, a salire di qualche punto. Una mossa che potrebbe rivelarsi decisiva per gli equilibri della nuova Carige, che ieri ha chiuso con un brillante +2,35% in Borsa.

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