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Malacalza si dimette e prepara la battaglia

Genova - L’ultimo atto del Vittorio Malacalza presidente ad interim di Carige, nonché primo azionista insieme ai figli Davide e Mattia attraverso la Malacalza Investimenti, sarà presiedere l’assemblea di settembre dove a Genova andrà in scena la corsa a due con Raffaele Mincione per il controllo della banca

Genova - L’ultimo atto del Vittorio Malacalza presidente ad interim di Carige, nonché primo azionista insieme ai figli Davide e Mattia attraverso la Malacalza Investimenti, sarà presiedere l’assemblea di settembre dove a Genova andrà in scena la corsa a due con Raffaele Mincione per il controllo della banca. L’industriale di Bobbio che tre anni fa acquistò il primo 10,5% con 66 milioni salvando Carige dal precipizio, dopo averle annunciate ha rassegnato le dimissioni ieri «con effetto dal momento in cui la convocanda assemblea della società avrà provveduto alla mia sostituzione, quale che sia la modalità di nomina del nuovo vice presidente in concreto applicabile a seconda che debba o meno procedersi al rinnovo dell’intero consiglio». Una formula articolata, che una fonte qualificata spiega in modo lineare: «Vittorio Malacalza si dimetterà in ogni caso a settembre, sia che l’assemblea revochi il cda come chiesto dal socio Raffaele Mincione, sia che l’assemblea bocci tale istanza, sia che, terza ipotesi, il consiglio non sia più revocabile perché nel frattempo si sono dimessi almeno otto consiglieri». La data di convocazione dell’assemblea sarà stabilita dal cda nella riunione del 3 agosto o forse già a fine mese, ma dalla formula scelta - «dal momento in cui la convocanda assemblea della società avrà provveduto alla mia sostituzione» - si evince che la più infuocata delle assemblee di Carige sarà presieduta da Malacalza stesso.


LE MOTIVAZIONI

Nella lettera di dimissioni l’imprenditore conferma che la decisione è dettata dal «sussistere di motivi di dissenso e di divergenze con l’organo di governo della società per quanto riguarda la gestione aziendale e la visione di governance», richiamando le considerazioni contenute nelle lettere di dimissioni dell’ex presidente Giuseppe Tesauro e degli ex consiglieri Stefano Lunardi e Francesca Balzani. Malacalza parla di «fatti molto gravi». Uno di questi, spiega, è che «proprio nei giorni immediatamente precedenti all’arresto dell’avvocato Lanzalone» per l’inchiesta sullo stadio della Roma, l’ad Paolo Fiorentino «mi riferì di averlo incontrato e me ne decantò le qualità professionali». Un’affermazione che, secondo indiscrezioni, farà scattare una querela per diffamazione da parte di Fiorentino (che sul tema ha già querelato Tesauro) poiché l’ad non avrebbe decantato le qualità professionali di Lanzalone, ma si sarebbe limitato a definirlo «un personaggio inequivocabilmente in grande ascesa presso il nuovo governo». Malacalza lamenta poi il tentativo di Fiorentino «di delegittimare il mio ruolo di supplenza del presidente». «Non mi è stato possibile più efficacemente incidere per evitare le disfunzioni», scrive Malacalza, anche per via della posizione «assunta dalla Bce che ha più volte e in diverse forme invitato a non interferire con la conduzione dell’ad». E ancora: «Gravi perplessità ha suscitato l’esplosione dei costi connessi all’aumento di capitale». A Fiorentino viene rimproverato di aver presentato «operazioni, anche di importanza strategica, alla deliberazione del consiglio con una documentazione istruttoria carente».


LO SCENARIO

Malacalza e Mincione si contendono il controllo della banca. I progetti sono antitetici: il finanziere punta all’aggregazione e appoggia Fiorentino, Malacalza non vuole né l’una né l’altro. La famiglia detiene il 20,6% ed è autorizzata da Bce a salire sino al 28%, il finanziere detiene l’8% ed è pronto a chiede a Bce di salire oltre il 10%. «L’azionariato è eterogeneo e le alleanze sono tutt’altro che semplici da identificare oggi. - osserva una fonte - Gabriele Volpi è determinante, ma chissà se, e con chi, si schiererà». Il mondo cooperativo vale il 2,8%, «ha investito e perso molto, ha a cuore l’autonomia della banca ma fatica a comprendere le ragioni di chi ha già cambiato due ad e ora vuole cambiare il terzo», dice una fonte vicina al dossier. Mincione ha chiesto la revoca del consiglio: sarà l’assemblea, a maggioranza, a deliberarla oppure a bocciarla. A meno che il cda non si presenti già decaduto (servono 8 dimissioni), ma anche in questo caso sarà l’assemblea a stabilire a chi andrà il controllo.

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