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Turchia nel caos: crollano lira e bond, Fmi alla finestra

Roma - La Turchia di Recep tayyp Erdogan, che dopo le elezioni di giugno ha guadagnato un potere che alcuni giudicano quasi assoluto, torna a guardare davanti a sé l’abisso di una crisi finanziaria.

Roma - La lira turca ai minimi storici, il rendimento dei titoli di Stato a livelli mai toccati prima. La Turchia di Recep tayyp Erdogan, che dopo le elezioni di giugno ha guadagnato un potere che alcuni giudicano quasi assoluto, torna a guardare davanti a sé l’abisso di una crisi finanziaria. Mentre fra gli investitori si rincorrono le voci di un intervento del Fondo monetario internazionale e di restrizioni ai movimenti di capitali, il Paese è preda ad un’instabilità finanziaria che rischia di diventare una vera e propria spirale. La lira è scivolata in 7 giorni arrivando ieri a 5,4250 contro il dollaro, un minimo mai visto prima, con un calo di oltre il 25% da inizio anno. Un crollo che promette iper-inflazione e che richiederebbe una drastica stretta monetaria, se non fosse che questa arriverebbe quando l’economia è messa in ginocchio dal rialzo dei tassi globali, in particolare dal dollaro divenuto più costoso.

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Le aziende del paese hanno un’esposizione di 337 miliardi, 217,3 al netto degli attivi. E lunedì la banca centrale è stata costretta ad aumentare le disponibilità di liquidità in valuta statunitense per 2,2 miliardi, cercando di togliere pressione alla lira e dare ossigeno alle aziende nel reperire finanziamenti. La borsa di Istanbul oggi segna una lieve ripresa a 95.400, ma cede il 17% da inizio anno. Ma soprattutto sono i titoli di Stato a soffrire, con un crollo che ha portato il rendimento decennale al 20%. Pesa un contesto monetario globale cambiato, le scelte di politica estera che ha allontanato i partner occidentali facendo parlare di un’uscita di fatto dalla Nato (si parla persino di sanzioni economiche di Washington), pesa infine una disputa commerciale con gli Usa che mette a rischio 1.700 miliardi di dollari di export.

Con un’inflazione che viaggia sopra il 15%, ai massimi di 15 anni, la prima mossa per calmare gli investitori in fuga sarebbe un aumento dei tassi d’interesse, cui tuttavia Erdogan si è decisamente opposto. Con il governo che tace, fioccano le indiscrezioni di un salvataggio imminente da parte del Fmi, che tuttavia significherebbe sconfessare Erdogan appena confermato al potere.
Resta l’extrema ratio di imporre limiti ai flussi dei capitali, una misura estrema dalle conseguenze tutte da verificare e le cui indiscrezioni contribuiscono a far defluire soldi dal paese. E quello di Ankara è un messaggio che risuona anche in Europa: «la Turchia lancia l’allarme agli euroscettici d’Italia», titola oggi un articolo di Bloomberg. Ricordando che certo «l’Italia non è la Turchia» ma che «l’incubo» turco mette sotto accusa le politiche improntate al populismo, e la scelta di fare dell’euro un capro espiatorio. Proprio oggi, tuttavia, la Bce ha pubblicato i dati su Target2, il sistema dei pagamenti fra le banche dell’ue, che mostra un calo delle passività italiane a 471,1 miliardi, dieci in meno dal record di giugno. Il segno di una qualche distensione dopo la fiammata dello spread di fine maggio e le tensioni tornate una settimana fa. Oggi il differenziale oscilla intorno a 250 punti base, il secondo più alto nell’Eurozona dopo la Grecia ma sotto la soglia d’allarme.

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