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Erdogan, Trump e il golpe della lira / ANALISI

Ankara - Recep Tayyp Erdogan vive il momento più difficile della sua presidenza dal 15 luglio di due anni fa, quando il tentativo di un golpe si risolse nel trionfo di immagine del capo di Stato turco. Proviene da lì, dall’estate del 2016, ciò che oggi somiglia a un nuovo golpe di natura economica

Ankara - Recep Tayyp Erdogan vive il momento più difficile della sua presidenza dal 15 luglio di due anni fa, quando il tentativo di un golpe si risolse nel trionfo di immagine del capo di Stato turco.

Proviene da lì, dall’estate del 2016, ciò che oggi somiglia a un nuovo golpe di natura economica, ovvero il tentativo di destabilizzare il “sultano” attraverso sanzioni che hanno dato una spallata alla lira turca, che oggi ha perso fino al 19% del proprio valore rispetto al dollaro: «È una guerra economica» ha dichiarato Erdogan, chiamando i turchi alla «lotta nazionale» e invitandoli a cambiare la valuta straniera in loro possesso in valuta nazionale. «Se hai dollari, euro o oro sotto il cuscino - ha detto in un discorso a Bayburt, nel Nord-Est del Paese, trasmesso in televisione - vai in banca e scambiali con lire turche. Loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente e il nostro Dio».

Le sanzioni decise dagli Stati Uniti nei confronti dei ministri turchi degli Interni e della Giustizia la scorsa settimana per il caso del pastore evangelico detenuto hanno un valore simbolico dal punto di vista diplomatico, ma un’influenza sui mercati concreta, considerando che hanno accelerato la svalutazione della lira. Erdogan accusa e denuncia «una campagna contro la Turchia», assicurando che il Paese «non perderà» quella che ha definito una «guerra economica». Da mesi Erdogan invita i propri connazionali a cambiare «i risparmi in dollari e in oro nascosti sotto il materasso in lire turche» per frenare la caduta della valuta nazionale. Una strategia che non sembra aver portato frutti, alla luce di una perdita di valore rispetto al dollaro di più del 30% negli ultimi 8 mesi e di circa il 55% negli ultimi due anni.

Il dollaro infatti mai aveva superato le tre lire turche di valutazione prima di luglio 2016, mentre è di questa mattina la valutazione record di 6,4 - primato fino a ieri pomeriggio, quando servivano 6,5 lire turche per eguagliare il valore di un dollaro. Discorso simile per l’euro, valutato 2,6 lire turche nel gennaio 2015 e 3,7 a fine 2016. Praticamente l’inizio della fine, con la valutazione di cinque lire turche abbattuta a marzo scorso e una cavalcata arrivata fino al valore record di 7,3.

È un crollo verticale, accelerato in seguito alla decisione di sanzionare i ministri turchi degli Interni e della Giustizia, ritenuti responsabili della detenzione del pastore evangelico Andrew Brunson, in carcere in Turchia dall’ottobre 2016 con l’accusa di spionaggio e recentemente passato agli arresti domiciliari. Passo definito «positivo, ma non sufficiente» dalla Casa Bianca che ne pretende la liberazione immediata.

Era tuttavia impossibile pensare che Ankara cedesse su Brunson, considerando i faldoni che da mesi viaggiano attraverso l’oceano Atlantico per convincere Washington a consegnare alla Turchia Fetullah Gulen, l’imam e miliardario turco riparato negli Usa nel 1999 e ritenuto in Turchia la mente del golpe fallito il 15 luglio 2016: «Il governo ha già discusso dei provvedimenti da porre in atto in caso la situazione peggiorasse, ma non accettiamo minacce», ha sottolineato Erdogan invitando i suoi a serrare i ranghi. La situazione potrebbe peggiorare, ma su Brunson non cederà. L’elettorato di Erdogan ha confermato la fiducia al presidente, mentre l’agenzia internazionale di valutazione di credito Fitch ha avvisato Ankara della necessità di «trovare una soluzione alla perdita di valore della lira nel più breve tempo possibile».

Il mese scorso Fitch aveva rivisto la posizione della Turchia, il cui inquadramento è passato da BB+ a BB, ma una nuova nota negativa potrebbe essere in arrivo, con ulteriori ricadute sul settore commerciale e finanziario.

È probabile che la banca centrale di Ankara alzi ancora i tassi di interesse, una misura che Erdogan preferirebbe evitare, ma che si è resa necessaria negli ultimi mesi più volte, creando spesso tensioni tra il presidente e la stessa banca centrale. Dal canto suo Donald Trump, che non ha digerito anche la volontà turca di non adeguarsi alle sanzioni americane contro l’Iran, vuole piegare Ankara: «Ho appena autorizzato il raddoppio delle tariffe su acciaio e alluminio nei confronti della Turchia, perché la sua valuta, la lira turca, si sta rapidamente deprezzando contro il nostro forte dollaro» ha annunciato su Twitter. A scanso di equivoci, il presidente ha ribadito che «adesso per l’alluminio sono al 20% e per l’acciaio al 50%. Di questi tempi, le nostre relazioni con la Turchia non sono buone». A marzo, Trump aveva imposto dazi con aliquote del 25% su ferro e acciaio importati dalla Turchia e del 10% sull’alluminio. Per questo, il 21 giugno sono entrati in vigore 266,5 milioni di dollari di dazi sulle importazioni di 22 prodotti statunitensi. In seguito a questa decisione, le esportazioni di acciaio verso gli Usa sono diminuite del 30% a giugno, raggiungendo i 71,5 milioni di dollari. Nei primi sei mesi dell’anno, le esportazioni di acciaio turco verso gli Usa sono invece scese del 42% a 421 milioni di dollari. L’anno scorso, gli Stati Uniti avevano importato dalla Turchia 34,4 milioni di tonnellate di acciaio, per un valore di circa 29 miliardi di dollari. Sempre nel 2017, la Turchia aveva conquistato una quota del 5,7% del mercato delle importazioni totali degli Stati Uniti. Questo aveva reso Ankara il sesto maggiore esportatore di acciaio negli Stati Uniti. Non è ancora chiaro inoltre se basterà a calmare i mercati il «modello economico» presentato dal ministro delle finanze di Ankara, Berat Albayrak, genero del presidente. Un ruolo, ha spiegato, sarà giocato da tutti gli operatori «locali e internazionali» mentre un punto cardine sarà rappresentato dall’indipendenza della banca centrale turca. Albayrak ha garantito che ogni singolo dettaglio sarà discusso con gli operatori coinvolti, tenendo fermo l’obiettivo della piena indipendenza monetaria: «Quello dell’indipendenza della banca centrale è un principio inderogabile, ora dobbiamo lavorare per la stabilità finanziaria che è una delle priorità» ha aggiunto, mostrando fiducia e indicando che con il nuovo modello la crescita prevista nel 2019 sarà di almeno tre o quattro punti percentuali, numeri sufficienti a bilanciare il deficit in cui il Paese versa attualmente, mentre dagli investitori stranieri ci si aspettano investimenti fondamentali in ambito infrastrutturale.

Le preoccupazioni di questi ultimi, per il momento, restano intatte: secondo quanto riferito dal Financial Times, la Banca centrale europea sarebbe preoccupata per l’esposizione che alcune banche spagnole, francesi e italiane. Gli istituti particolarmente esposti, scrive il quotidiano britannico, sono la spagnola Bbva, l’italiana Unicredit e la francese Bnp Paribas (che controlla l’italiana Bnl).

Il meccanismo di vigilanza unico della Bce, l’organismo dell’Istituto centrale che monitora l’attività delle maggiori banche dell’Eurozona, da oltre un paio di mesi sta controllando la situazione. L’Istituto di Francoforte, rivela Ft citando alcune fonti, «non vede ancora la situazione come critica. Ma ritiene Bbva, UniCredit e Bnp Paribas, particolarmente esposte alla luce delle significative operazioni che hanno in Turchia». Wall Street ha chiuso oggi in perdita, subendo l’impatto del crollo della lira turca. Il Dow Jones ha registrato una diminuzione dello 0,75% , fino a quota 25.313. Il Nasdaq, ha lasciato sul terreno lo 0,67%, fino a quota a 7.839: «I rischi provenienti dalla situazione in Turchia sono elevati» ha spiegato Peter Cardillo, di Sartan Capital, che indica in «Italia, Spagna e Francia i paesi che potrebbero soffrire nel loro settore bancario». È una crisi che arriva da lontano: «La Turchia - spiega Valeria Giannotta, docente nelle università di Ankara, e autrice di “Erdogan e il suo partito Akp. Tra conservatorismo e riformismo” edito di recente da Castelvecchi - soffre, sul piano economico, di problemi strutturali, in una economia che è di consumo e non di risparmio: inflazione a doppia cifra (16%) e disavanzo non sanato delle partite correnti». Il presidente ha chiesto aiuto a Vladimir Putin. Secondo il quotidiano turco Daily Sabah, «i due capi di Stato hanno definito positive le relazioni economiche e commerciali tra i due Paesi». «Dalla Russia - ha poi annunciato Erdogan - aspettiamo sei milioni di turisti». Poi la stoccata ai repubblicani del Chp e nazionalisti dell’Iyi Parti, che lo accusano di aver portato il Paese sul baratro. A loro Erdogan rinfaccia di essere interessati «a non perdere la poltrona in parlamento» mentre i suoi uomini «lavorano senza sosta». In serata, la risposta a Washington: «Gli Stati Uniti devono sapere che l’unico risultato che tali sanzioni e pressioni porteranno, sarà il danneggiare le nostre relazioni da alleati - dicono dal ministero degli Esteri turco -. Quanto a tutte le misure prese contro la Turchia, daremo la risposta necessaria» concludono da Ankara, denunciando che la mossa americana è contraria alle regole dell’organizzazione mondiale del Commercio. Il dicastero turco se la prende direttamente con i commenti su Twitter di Trump: «Impossibili da conciliare con la serietà istituzionale». Sul piano politico, la via d’uscita sembra tracciata: «Di fronte alla volontà americana di destabilizzare la Turchia - conclude Giannotta - Erdogan giocherà almeno due carte: l’orgoglio nazionale e le relazioni con l’Europa: a settembre lo attende un vertice già programmato con Angela Merkel» cancelliera tedesca che alla Casa Bianca è poco gradita, quasi meno gradita del presidente francese Emmanuel Macron.

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