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Turchia, rischio contagio per l’Italia / L’ANALISI

Milano - Non ho mai conosciuto Erdogan, ma diciotto anni fa, quando ero capo delle missioni del Fmi in Turchia, chiese di incontrarmi. Era sindaco di Istanbul ed era il capo del Partito islamista. Il governo, allora dominato dal tradizionale Partito popolare repubblicano, vietò l’incontro

Milano - Non ho mai conosciuto Erdogan, ma diciotto anni fa, quando ero capo delle missioni del Fmi in Turchia, chiese di incontrarmi. Era sindaco di Istanbul ed era il capo del Partito islamista. Il governo, allora dominato dal tradizionale Partito popolare repubblicano (quello guidato da Ataturk), vietò l’incontro. Due anni dopo il Partito islamista colse una schiacciante vittoria elettorale, iniziando un nuovo periodo nella storia politica ed economica di quel Paese: le politiche di aggiustamento fiscale e di riforma del sistema bancario, sostenute dai prestiti del Fmi, normalizzarono le condizioni economiche. I conti pubblici vennero messi sotto controllo. L’inflazione che aveva raggiunto livelli superiori al 100% negli Anni 80 e 90, scese rapidamente al di sotto del 10%. Il Pil accelerò.

Oggi la Turchia è travolta da una profonda crisi di fiducia, la lira turca è crollata rispetto al dollaro e la banca centrale ha portato i tassi di interesse a livelli elevatissimi. Quali sono le ragioni di questa crisi e cosa ci dice rispetto alla situazione italiana? La crisi turca è, ancora una volta, una crisi da eccessiva accumulazione di debito. In questo caso si tratta di debito verso l’estero (intorno al 50% del Pil) e di debito privato (il debito pubblico è, almeno nelle definizioni ufficiali, ancora basso). Sono anni che la Turchia mantiene uno squilibrio tra importazioni ed esportazioni molto elevato, intorno al 6% del Pil quest’anno. È inevitabile che questo squilibrio faccia sorgere dubbi sulla capacità della Turchia di ripagare il debito. Da qui la crisi, aggravata dalla scellerata decisione di Trump di alzare i dazi su un Paese già in difficoltà.

Cosa ci dice tutto questo rispetto all’Italia? Una prima considerazione è che le crisi economiche si sviluppano anche quando un Paese è del tutto sovrano nella regolazione delle proprie politiche economiche (la Turchia non è soggetta alle regole del fiscal compact e la banca centrale può fare quello che vuole). Il problema è che queste politiche sono state gestite in modo sbagliato. Avrebbero dovuto essere usate per frenare una crescita eccessiva della domanda privata e del debito estero. Invece, nel tentativo di sostenere un tasso di crescita elevato, le politiche monetarie e fiscali sono state usate negli anni più recenti in modo troppo espansivo, anche attraverso ingenti prestiti bancari erogati al settore privato ma garantiti dallo Stato (generando quindi un debito pubblico potenziale). Abbiamo visto le conseguenze. Riflettano su questo quelli che pensano che il primato della politica sull’economia voglia dire che le politiche economiche possono essere gestite senza vincoli. Non è così, anche in assenza di regole europee e di una moneta unica.

Seconda considerazione: la flessibilità del cambio in questo momento attenua senza dubbio gli effetti della crisi. Se il tasso di cambio della lira fosse fisso, la crisi si sarebbe probabilmente sviluppata più rapidamente. Ma gli effetti della svalutazione sono comunque pesanti per famiglie e imprese. Chi si è indebitato in valuta estera vede aumentare il peso del proprio debito rispetto al proprio reddito, rendendolo insostenibile. Anche qui la lezione è che i poteri taumaturgici di un cambio flessibile non devono essere sopravvalutati.

Terza considerazione. La crisi turca avrà effetti diretti e indiretti sull’Italia. Gli effetti diretti riguardano i creditori italiani della Turchia. I giornali riportano della preoccupazione della Bce per alcune banche creditrici nell’area dell’euro. Le banche italiane non sono le più esposte, ma l’effetto non è trascurabile. Ma sono gli effetti indiretti i più preoccupanti. Crisi come quella turca possono cambiare l’attitudine dei mercati finanziari verso tutti i Paesi considerati a rischio. Si chiama «effetto contagio»: un Paese a rischio entra in crisi e i capitali fuggono da tutti gli altri Paesi a rischio. E l’Italia è considerato un Paese a rischio, come evidenziato dal secondo spread più elevato nell’area euro, dopo quello greco. E il nostro spread sul finire della scorsa settimana è aumentato alla notizia dell’approfondirsi della crisi turca.

Ora, voglio sperare che oggi alla riapertura dei mercati la crisi turca abbia limitati effetti sul nostro spread, sulla nostra economia. Che non diventi la causa scatenante di un attacco speculativo. Ma, se anche così non fosse, la realtà è che restiamo esposti al rischio di tali attacchi, a una ripetizione di una crisi di fiducia simile a quella del 2011, con conseguenze anche più pesanti. Questo finché non risolviamo le fragilità della nostra economia. Primo, il debito pubblico più elevato in Europa, dopo quello greco che però non è in mano al settore privato, con la conseguente necessità di dover trovare ogni mese investitori disposti a comprare circa 35 miliardi di titoli di Stato. E, secondo, una competitività esterna appesantita da burocrazia, spesa pubblica inefficiente, elevata tassazione e scarsa crescita della produttività (l’avanzo con l’estero non ci illuda: riflette il basso livello del nostro reddito pro capite fermo a dove stava vent’anni fa, il che comprime le importazioni). Purtroppo non sembra che le iniziative del nuovo governo siano adeguate a risolvere questi problemi, anzi. Restiamo a rischio

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