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Dal Laos alla Serbia: la Via della Seta spinge la colonizzazione cinese

Genova - Pechino presta miliardi a Paesi in difficoltà per realizzare infrastrutture. Anche la Turchia in crisi è tentata dall’alleanza col gigante asiatico.

Genova - Pochi resistono, perché la tentazione è forte. Evitare il commissariamento tutto austerity e tasse che fa perdere sovranità (ed elezioni) e stringere invece un accordo con la Cina che assicura di non intromettersi negli «affari interni del Paese». Non come il Fondo Monetario Internazionale che certamente aiuta, ma chiede quelle che tecnicamente sono «riforme strutturale» e che invece per i governi sono un commissariamento di fatto. Così la “via cinese” sembra un affare e molti Paesi in via di sviluppo (ma anche europei) aderiscono: per realizzare le infrastrutture (ambiziosissime) serve una montagna di denaro che la Cina è ben contenta di prestare.
Miliardi di dollari per porti, strade e ferrovie che ovviamente i governi non hanno. Pechino li offre, con una grande facilità, grazie al flusso della Via della Seta, la grande iniziativa cinese che favorisce gli scambi e il trasporto di merci. E che permette anche di comprarsi il debito pubblico di quei Paesi.

L’alta velocità del Laos
Il Sud Est asiatico viaggia a diverse velocità; il Laos va ancora piano. Per questo ha deciso di regalarsi una ferrovia super veloce che costa 6 miliardi di dollari, quasi il 40% del prodotto interno lordo. Da solo il Paese non riuscirebbe a realizzarla, così ci pensano i cinesi che decidono di finanziare il 70% dell’opera. Ma anche il resto dei fondi è made in China: il governo infatti si rivolge a banche cinesi anche per coprire la propria quota e quando si tratterà di ripagare i prestiti, il Laos sarà in grave difficoltà.
Non solo: il debito detenuto dagli stranieri è superiore alla totalità del Pil. È facile pensare che Pechino non ci metterà molto a piantare una bandierina nel Paese, come ha già fatto con altre prede. Ad esempio in Sri Lanka, dove il porto di Hambatota, finanziato copiosamente con miliardi di dollari cinesi, non funziona. Il governo non riesce a mantenerlo e così lo cede a Pechino che lo trasforma in una base logistica a poche miglia dalla rivale India. Il Vietnam invece prova a resistere. Il governo ha sul tavolo un dossier allarmante: gli investimenti cinesi costano troppo e sono di scarsa qualità.
Hanoi si è resa conto anche del lievitare dei costi: per la metropolitana della capitale, costruita da Pechino, il prezzo finale è raddoppiato e la tecnologia utilizzata è obsoleta. Meglio rivolgersi ad altri e lasciar perdere la Via della Seta, anche se oggi il 35% dei progetti del Paese sono finanziati dalla Cina. La Mongolia invece non ha la forza di reagire: il debito pubblico supera di 8 volte la riserva monetaria. È una preda facile.

Il Medio Oriente nel mirino
La strategia in Asia è solo il primo passo. Pechino è attivissima anche in Pakistan: dei 100 miliardi di debito pubblico del Paese, più del 30% è nelle mani della Cina. Il Turkmenistan, in piena crisi monetaria, ha dovuto cedere ai cinesi una delle proprie miniere per ripagare i debiti con Pechino. L’allarme tocca anche la Turchia: la tempesta sulla lira potrebbe aprire le porte alla Cina, dopo che Erdogan ha sdegnosamente rifiutato l’aiuto dell’Fmi. Gli analisti sono preoccupati per l’Europa, ma Pechino ha già un piede nel Vecchio continente. Più che il Pireo e l’investimento nel porto greco, gli occhi sono puntati sull’autostrada che collega Serbia e Montenegro. I primi 45 chilometri costano 770 milioni di euro e saranno realizzati da una società cinese con soldi cinesi. Alla Serbia serve un miliardo e mezzo per collegarsi al nuovo troncone. Ci sono già un’azienda e un finanziatore «fortemente interessati» al progetto.
Non è difficile indovinare la nazionalità.

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