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Brexit, alta tensione tra Bruxelles e Londra su Irlanda e commercio

Londra - La premier britannica insiste sulle proposte “semi soft” della sua piattaforma varata in estate nella riunione di Chequers al costo d’una spaccatura con un bel pezzo del suo partito e dagli ormai ex ministri euroscettici Boris Johnson e David Davis.

Londra - Da un lato l’ultimatum dell’Ue, dall’altro la minaccia dei brexiteers ultrà di casa sua. È una Theresa May chiusa a tenaglia fra pressioni opposte quella che cerca di destreggiarsi sulla Brexit nel summit europeo di Salisburgo al suono di una musica che se non riecheggia ancora per lei le note d’una Messa da Requiem, certo non ha neanche lontanamente l’armonia di un valzer. La premier britannica insiste sulle proposte “semi soft” della sua piattaforma varata in estate nella riunione di Chequers al costo d’una spaccatura con un bel pezzo del suo partito e dagli ormai ex ministri euroscettici Boris Johnson e David Davis. Ma il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, fa capire che Bruxelles non intende fare sconti e che le aperture delle ultime settimane evocate dal capo negoziatore Michel Barnier sono parziali e condizionate.

«Sul tema dell’Irlanda e sulla cooperazione economica la proposta del primo ministro - taglia corto - deve essere rielaborata e rinegoziata». «Ci sono forse più speranze», concede, ma il tempo corre, ce n’è sempre di meno. Fino a metà novembre, precisa, formalizzando la data del «vertice straordinario» destinato a chiudere i giochi: a segnare il bivio fra l’ipotesi di un accordo di divorzio amichevole e quella temutissima da molti - City in testa - di un “no deal” traumatico e carico d’incognite. E a rafforzare il concetto, se non fosse stato già chiarissimo, ci si è messo anche il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, secondo cui un’intesa resta ancora «lontana».

Per May sono parole che rappresentano una doccia fredda, dopo l’appello lanciato alla vigilia della partenza per Salisburgo attraverso le colonne di Die Welt. In tedesco, come ad omaggiare l’Austria, ma soprattutto la Germania di Angela Merkel, arbitra finale della partita agli occhi di Londra. Un appello nel quale la signora di Downing Street invoca in sostanza un compromesso, avvertendo che «nessuna delle parti può fare all’altra richieste inaccettabili». In particolare sul nodo più spinoso del momento, quello del confine fra Irlanda e Irlanda del Nord: un dossier su cui Tusk intima passi in avanti, ma rispetto al quale l’inquilina di Downing Street sottolinea di non poter prendere in considerazione ciò che non può concedere. Vale a dire, lasciare aperta la frontiera interna all’Irlanda e accettare invece barriere doganali fra l’Ulster e il resto del Paese. Una soluzione che nella prospettiva britannica si tradurrebbe in un attentato all’integrità e alla sovranità del Regno. Qualcosa d’inconcepibile per l’erede di Margaret Thatcher, tanto più dinanzi al fuoco di sbarramento “amico”, sempre più intenso, che in queste ore è costretta a fronteggiare nel Partito Conservatore di cui è leader dalla fronda dei falchi: largamente in grado - numeri alla mano - di sbriciolare la sua maggioranza e far saltare poi ai Comuni un qualsiasi accordo. Come ricorda oggi il più garbato dei dissidenti, David Davis, liquidando non solo l’idea di ulteriori concessioni verso Bruxelles, ma la piattaforma di Chequers in quanto tale e i suoi spiragli di dialogo: bollati dall’ex titolare della Brexit come un tradimento delle «linee rosse che proprio il primo ministro aveva indicato quando aveva promesso di restituirci il controllo sulle nostre leggi, sul nostro denaro, sui nostri confini».
Mentre a far pubblicamente sponda all’auspicio di «un compromesso necessario a entrambi» (e forse in fin dei conti inevitabile) non resta per ora che il cancelliere austriaco Sebastian Kurz. Pena una «hard Brexit - chiosa - che sarebbe difficile per l’Ue e terribile per la Gran Bretagna».

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