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La pacificazione che serve a Banca Carige per non arretrare / EDITORIALE

Sebbene la recente storia di Carige metta in guardia dai facili ottimismi, le condizioni da cui parte la nuova banca sembrano lasciare spazio ad una ragionevole fiducia.

Sono due le cose di cui ha bisogno oggi Carige. La prima è nelle mani del nuovo consiglio d’amministrazione, ed è la capacità di convincere Francoforte di potere mettere definitivamente in sicurezza la banca. In tempi rapidi e con un piano credibile. La seconda, forse la più importante, è il processo “pacificazione” invocato dal palco dell’assemblea dall’avvocato Guido Alpa, con un appassionato appello condiviso dalla maggioranza silenziosa dell’azionariato.

Sebbene la recente storia di Carige metta in guardia dai facili ottimismi, le condizioni da cui parte la nuova banca sembrano lasciare spazio ad una ragionevole fiducia. Il board uscito dall’assemblea, ridotto nei numeri rispetto alle passate gestioni, è affidato a personalità di indubbio valore e, particolare di tutt’altro che scarsa importanza, “gradite” alle autorità di vigilanza. Fattore, quest’ultimo, di indubbio peso per una banca abituata da anni a convivere con i fari di Bce e Bankitalia puntati addosso. Il secondo motivo di cauto ottimismo, che dovrà tuttavia essere suffragato dai fatti, è riassumibile nelle parole pronunciate dallo sconfitto, Raffaele Mincione, al termine dell’adunata dei soci: «Basta con le liti, dobbiamo iniziare a lavorare per la messa in sicurezza della banca, lo dobbiamo ai dipendenti e al territorio».Una frase pesante, perché impegna il finanziere romano a interrompere una fase di teatrale conflittualità che nel tempo ha trascinato Carige in un baratro dagli effetti devastanti per l’immagine della banca.

Se davvero Mincione saprà e vorrà attribuirsi questo ruolo di mediatore, smarcandosi dall’etichetta di speculatore che molti gli attribuiscono, lo capiremo già nelle prossime settimane, dall’atteggiamento che l’azionista e i suoi consiglieri adotteranno nel board.

Terzo, ma non per questo meno rilevante elemento di positività, è il rinnovato impegno della famiglia Malacalza a sostegno della banca. La scelta di «metterci la faccia» (un’espressione non a caso ricorrente negli interventi dei piccoli azionisti) continuando a investire nel capitale è un segnale di fiducia che, per una banca nelle condizioni di Carige, potrebbe rivelarsi di vitale importanza.

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