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Banche in crisi: tre anni di salvataggi pubblici e privati / FOCUS

Genova - Nella scheda i principali salvataggi, pubblici e privati, di banche italiane negli ultimi 3 anni.

Genova - Nella scheda i principali salvataggi, pubblici e privati, di banche italiane negli ultimi 3 anni.

LA RISOLUZIONE DELLE 4 BANCHE
L’era dei salvataggi con perdite anche per i piccoli risparmiatori è iniziata in Italia nel week end del 21-22 novembre 2015 quando vennero messe in risoluzione 4 piccole banche (Carichieti, CariFerrara, Banca Marche e Banca Etruria). Fino ad allora i salvataggi erano guidati con rapidità dalla Banca d’Italia e il Tesoro accollandoli ad un altro istituto e scaricando così i costi a livello generale. Ma in quel caso venne applicata la direttiva del “burden sharing”, frutto dei maxi salvataggi a spese del contribuente visti negli Stati Uniti e in Europa (sebbene non visti in Italia) e che prevede il coinvolgimento anche degli obbligazionisti e non solo degli azionisti.
La decisione scatenò l’opinione pubblica e il governo guidato da Renzi, il quale poi disse di aver commesso «un errore nell’essersi affidato alla Banca d’Italia» e corse ai ripari varando dopo una discussione con la Ue, un meccanismo di ristoro per i risparmiatori. A carico del Fondo di Risoluzione, pagato dalle altre banche private, un conto di oltre 5 miliardi di euro, mentre le banche vennero cedute a Ubi per 1 euro.

MONTE DEI PASCHI (MPS)
L’istituto senese, già in acque non brillanti, finisce nella bufera nel 2013 con la scoperta di bilanci ritoccati per coprire i costi dell’operazione Antonveneta. Arrivano 4 anni di inchieste e aumenti di capitale oltre a lunghe interlocuzioni fra Francoforte, Bruxelles, la banca e le autorità italiane. Infine, a fine 2016, dopo non aver passato lo stress test, il fallimento del piano di salvataggio con risorse private e la regia di Jp Morgan, condizionato anche dall’incertezza per la fine del governo Renzi (caduto per il referendum sulla riforma costituzionale).
Un evento che preoccupò la Bce, la quale non concesse più tempo. Il 21 dicembre il nuovo governo Gentiloni corre in salvataggio del Monte con 5,4 miliardi (di cui 1,5 miliardi di rimborso agli obbligazionisti) nell’ambito del decreto Salvabanche da 20 miliardi di euro. Il Tesoro, dopo la ricapitalizzazione eseguita a luglio 2017, è ora l’azionista di maggioranza del Monte con quasi il 70%, quota che dovrà dismettere fra qualche anno ma che per ora ha perso molto del suo valore, visto il crollo dei valori azionari.

LE BANCHE VENETE
Anche la Popolare di Vicenza e Veneto Banca cadono per un mix di mala gestio, effetti della crisi economica, e fallimenti di piani di rilancio che iniziano nel 2013 e vengono alle luce nelle ispezioni della vigilanza del 2015. Il governo, dopo il fallimento dell’aumento di capitale nel 2016, auspica una soluzione privata e sotto la sua regia il fondo Atlante, cui partecipano le banche (e Cdp), rileva la proprietà dei due istituti con un esborso totale di 3,5 miliardi che perderà del tutto. La fuga di depositanti e l’emergenza liquidità porta lo Stato a dover garantire obbligazioni delle due banche per complessivi 8,6 miliardi nel febbraio 2017 ma, a marzo, i tentativi di reperire nuove risorse private non riescono e a giugno le banche vengono poste in liquidazione.
Commissione e Bce non permettono infatti la ricapitalizzazione precauzionale. Intesa Sanpaolo rileva così i due istituti evitandone la chiusura e gli effetti sull’economia locale e nazionale. Per questo lo Stato versa a Intesa 4,8 miliardi di euro per cassa e 6,4 miliardi ulteriori in garanzie contando di recuperare il denaro attraverso la vendita, negli anni, delle sofferenze.

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