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Da Mps alle venete, quando lo Stato diventa banchiere / DOWNLOAD

Genova - Quando il 25 giugno 2017 (era una domenica) il Consiglio dei ministri presieduto da Paolo Gentiloni dispose la liquidazione coatta di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, furono in molti a contestare l’intervento pubblico.

Genova - I presupposti erano diversi, perché partivano da una sentenza pesantissima emessa poco prima dalla Bce: «Le due banche sono in condizione di dissesto, ma la normativa comunitaria non ne consente la risoluzione in quanto non sussiste il requisito dell’interesse pubblico». Quando il 25 giugno 2017 (era una domenica) il Consiglio dei ministri presieduto da Paolo Gentiloni dispose la liquidazione coatta di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, furono in molti a contestare un intervento pubblico che prevedeva un esborso immediato di 4,7 miliardi di euro «necessari a mitigare l’effetto della liquidazione sul territorio grazie alla continuità dell’accesso al credito da parte delle famiglie e delle imprese, nonché alla gestione dei processi di ristrutturazione delle banche in liquidazione» e di ulteriori 400 milioni destinati a «finanziare garanzie potenziali su rischi futuri fino a 12 miliardi». In sostanza: a garantire la sopravvivenza dei due istituti, ceduti a Intesa Sanpaolo alla cifra simbolica di 1 euro. «Vorrei che quelli che contestano l’operazione mi dicessero qual era l’alternativa migliore, perché io francamente non le vedo», si sfogò l’allora ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. I 18 miliardi di crediti deteriorati delle due banche, frutto di 112.000 posizioni debitorie, furono acquistati qualche mese dopo, nell’aprile 2018, dalla società del Tesoro Sga.

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Il 23 dicembre 2016 era stata l’altro grande malato del credito italiano, il Monte dei Paschi di Siena, a chiedere l’aiuto dello Stato trasmettendo al Mef, alla Bce e alla Banca d’Italia l’istanza per accedere alla ricapitalizzazione precauzionale, lo stesso strumento messo a disposizione ieri dal governo a Banca Carige.

Nel caso della banca toscana non fu possibile optare per la risoluzione perché – come spiega Bankitalia – «per l’avvio di tale procedura è necessario che l’istituto sia dichiarato in stato di insolvenza o a rischio di insolvenza dall’autorità di vigilanza o di risoluzione. Nel caso di Mps non esistevano i presupposti per una dichiarazione del genere, in quanto la banca era solvibile e mostrava una carenza di capitale solo nello scenario avverso, per definizione ipotetico, di uno stress test. Peraltro la solvibilità è uno dei requisiti per accedere alla ricapitalizzazione precauzionale». Altro presupposto è che« l’intervento pubblico sia approvato dalla Commissione europea in base alle regole sugli aiuti di Stato».
Dal 2017 lo Stato italiano possiede poco più del 68% di Mps ma, secondo gli accordi con l’Ue, dovrà uscirne entro il 2021. In ogni caso, al momento l’ingresso del pubblico in Montepaschi non si è rivelato un grande affare: negli ultimi dodici mesi il valore delle azioni è sceso infatti del 60,7%.

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