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I tentacoli della Russia sull’offshore

Milano - Si chiamano Prirazlmnoye, Sakhalin, Dolginskye, Khvalynskoye e si trovano nel mare di Okhotsk, nelle regioni artiche, nel mar di Pechora, nel Baltico e nel Caspio. Sono i nomi, oggi oscuri ai più, da cui potrebbe passare il futuro energetico della Russia

Milano - Si chiamano Prirazlmnoye, Sakhalin, Dolginskye, Khvalynskoye e si trovano nel mare di Okhotsk, nelle regioni artiche, nel mar di Pechora, nel Baltico e nel Caspio. Sono i nomi, oggi oscuri ai più, da cui potrebbe passare il futuro energetico della Russia. Stiamo parlando dei giacimenti di gas e petrolio offshore, che si trovano fuori dai 16 milioni di chilometri di coste russe e che Mosca, almeno dai segnali degli ultimi mesi, sembra intenzionata a sfruttare. A lungo termine, ben inteso. Il ragionamento del Cremlino è più o meno questo: sull’energia non cambiamo rotta, abbiamo intenzione di rimanere uno stato petrolifero, ma siccome il greggio siberiano prima o poi comincerà a calare, cominciamo subito a muoverci sull’offshore, che richiede tempo e denaro. Nelle scorse settimane è stata salutata come una notizia incoraggiante (almeno da Mosca, decisamente meno dalle associazioni ambientaliste) quella della prima spedizione di petrolio dalla piattaforma artica di Prirazlmnoye. «Questo - ha dichiarato in quell’occasione Vladimir Putin - è l’inizio dell’estrazione su larga scala di minerali e petrolio nell’Artico da parte della Russia.

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