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La guerra delegata che arricchisce gli Usa / INTERVISTA

Gernova - Sì alle armi. No agli uomini sul campo. Dalla guerra allo Stato Islamico a quella a sostegno dell’Ucraina contro i separatisti filo russi sono sempre più frequenti i “conflitti delegati”. Intervista a Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa

Gernova - Sì alle armi. No agli uomini sul campo. Dalla guerra allo Stato Islamico a quella a sostegno dell’Ucraina contro i separatisti filo russi sono sempre più frequenti i “conflitti delegati”.

Perché Gianandrea Gaiani?

«Ormai sono quasi tutte “guerre delegate” - spiega il direttore di Analisi Difesa - Nel caso dell’Ucraina, sia Stati Uniti sia Russia giocano indirettamente. Mosca ha inviato truppe e aiuti sotto forme diverse. Ricordiamo i soldati senza mostrine che presero il controllò della Crimea per conto della Russia, e si parlò della presenza di contractors russi, o comunque organizzazioni composte da militari o ex militari al servizio di Mosca. Oggi riscontriamo moltissime prove della presenza di contractors americani in Ucraina al fianco delle forze governative. Questo tipo di guerra, limitata all’invio di armi e di istruttori, costa meno rispetto ai grandi interventi in Afghanistan o Iraq, sia in termini finanziari che politici».

In che senso?

«Perché non determina caduti delle proprie forze armate regolari. Se muoiono dei contractors in fondo si tratta di mercenari e la notizia spesso non finisce nemmeno sui giornali. Diverso il peso politico se a morire sono dei militari regolari. Poi c’è un altro contesto che forse è quello che spiega meglio il proliferare delle guerre delegate. Gli Stati Uniti fino all’era Bush hanno combattuto, pur con molti errori, delle guerre di stabilizzazione. L’America cercava di pacificare aree del mondo instabili anche a causa del terrorismo islamico. E noi, come altri Paesi europei, siamo stati al loro fianco perché si trattava di proteggere quei Paesi ricchi di risorse petrolifere che servivano a entrambi. Da quando gli Stati Uniti sono diventati una grande potenza energetica la loro politica è cambiata. Oggi in quei Paesi fanno guerre di destabilizzazione per mettere in difficoltà i competitors».

Come nel caso della Libia?

«Quello è un esempio. Gli Stati Uniti sono intervenuti bombardando per pochi giorni. Poi hanno lasciato la palla a noi europei» .

Poi è stata la volta della Siria.

«E le armi sono finite nelle mani dei terroristi di al Nusra. Anche in questo caso una guerra in cui l’obiettivo è la destabilizzazione».

Gli Usa sostengono che ci vorranno anni per sconfiggere l’Is. La guerra in Iraq è stata relativamente veloce. Non è un po’ strano?

«È una presa in giro visto che l’Is può contare al massimo su 40, 50 mila uomini.Contro lo Stato Islamico gli Usa stanno compiendo operazioni solo simboliche che non cambiano la situazione».

Torniamo all’Ucraina, qual è l’interesse dell’America?

«In Ucraina gli Stati Uniti stanno facendo un capolavoro. Dietro le quinte hanno sostenuto il “golpe di Maidan” facendo cadere un governo democraticamente eletto e ora stanno giocando una carta interessante sul piano politico ma per noi devastante: puntano a tenere aperto un conflitto che Kiev non è più in grado di combattere da solo e questo per mantenere alta la conflittualità tra Europa e Russia creando tensione nelle aree dove passano i gasdotti».

Quindi guerre delegate sinonimo di guerre infinite..

«Sì, e per far questo si forniscono armi non letali, istruttori e contractors. Una volta l’America usava grandi eserciti per finire presto la guerra, oggi gioca a destabilizzare le aree che sono di interesse per i suoi competitors con guerre combattute in modo non risolutivo. Mi chiedo perché l’Europa non applichi una politica alternativa a quella di Washington che non è nei nostri interessi».

Il fatto di combattere guerre a distanza non può servire anche a vendere armi senza esporsi più di tanto?

«Il fatto che l’America giochi dietro le linee influisce certamente anche sulla vendita delle armi. Nella disputa per il nucleare iraniano, gli Usa hanno scelto di non bombardare gli impianti di Teheran. Il persistere della minaccia ha portato i Paesi limitrofi a una politica di riarmo fruttata agli Stati Uniti 120 miliardi di dollari. In questo modo si sono compensanti i tagli di budget del Pentagono alla Difesa. E ora in Europa il ritorno della minaccia russa dovrebbe convincere i governi a spendere più soldi nell’acquisto di armi. Ancora una volta made in Usa».

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