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Prove di dialogo tra Iran e Arabia / L’ANALISI

Beirut - Sembravano sull’orlo di una guerra frontale, Iran e Arabia Saudita, un rischio che sembrava potersi concretizzare l’indomani degli attentati di Teheran dello scorso 7 giugno, seguiti poi dalla crisi in seno al Gcc, tra Qatar e le altre petromonarchie

Beirut - Sembravano sull’orlo di una guerra frontale, Iran e Arabia Saudita, un rischio che sembrava potersi concretizzare l’indomani degli attentati di Teheran dello scorso 7 giugno, seguiti poi dalla crisi in seno al Gcc, tra Qatar e le altre petromonarchie, che accusavano Doha tra le altre cose di avere rapporti troppo stretti con la Repubblica islamica. Lo scorso 2 maggio, l’erede al trono Mohammad bin Salman si chiedeva «Quali sono i punti comuni sui quali potremmo raggiungere un accordo con il regime di Teheran?», aggiungendo che il dialogo fosse al momento impossibile. Qualcosa, nel frattempo, è cambiato. Piccoli segnali, che però potrebbero rendere il clima gradualmente diverso.

Prima una inattesa stretta di mano, quella che lo scorso 1 agosto, a sorpresa, si sono concessi Mohammad Javad Zarif e il suo omologo Adel al Jubeir, durante il meeting dell’Organizzazione della Cooperazione islamica riunitasi a Istanbul; poi, quasi in contemporanea, la visita a Gedda di Moqtada al Sadr, politico e religioso sciita iracheno, fondatore di quell’Esercito del Mahdi che diede filo da torcere alle truppe americane dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Quella del Mahdi è una figura importante nell’escatologia sciita duodecimana: il Mahdi è infatti il dodicesimo imam caduto in occultamento, che secondo la tradizione sciita riapparirà alla fine dei tempi.

Una dinamica alla quale i seguaci della rigida dottrina wahhabita - come i sauditi -, ma anche nel mondo sunnita in genere, si oppongono idealmente, associandola ad una pericolosa idolatria. Durante il sopracitato intervento dello scorso 2 maggio, l’erede al trono Mohamma bin Salman aveva menzionato anche questa - l’attesa del Mahdi da parte degli sciiti - come differenza inconciliabile, un presupposto «metafisico» che contribuisce a plasmare nei due Paesi una diversa idea del mondo.

La visita di Moqtada al Sadr - storicamente vicino all’Iran ma allo stesso tempo distanziatosi lievemente da Teheran negli ultimi anni - in Arabia saudita è sorprendente anche alla luce delle vedute espresse: nel 2016, all’indomani dell’esecuzione del chierico sciita Nimr al Nimr in Arabia Saudita - che poi portò all’assalto dell’ambasciata saudita a Teheran da parte di alcuni manifestanti -, Moqtada al Sadr fu uno dei primi a sollecitare la minoranza sciita in Arabia saudita a scendere in piazza, descrivendo le autorità del Regno come dei «farabutti di Daesh».Eppure, durante il loro incontro di questi giorni, secondo l’agenzia statale di stampa saudita, Moqtada al Sadr e Mohammad bin Salman avrebbero discusso di «argomenti di comune interesse».

Basterebbe in un certo senso questo, secondo l’analista Ali Hashem, a dimostrare che il settarismo in medioriente è solo una maschera indossata dal conflitto di natura politica. Sadr non è la prima figura irachena sciita ad aver visitato il Regno di recente. Lo scorso 18 luglio, nel relativo silenzio dei media mainstream, il ministro degli Interni iracheno Qasim al Araji - stretto alleato di Teheran - aveva compiuto lo stesso viaggio di Moqtada, e un mese prima di lui era toccato al primo ministro iracheno Haider Al Abadi, in tour nella Penisola arabica. Allo stato attuale, sono più le domande che le conclusioni a scaturire da questo ciclo di incontri.

La prima è: si tratta di un tentativo iracheno di mediare tra Iran e Arabia Saudita? Quello iracheno è un canale attraverso il quale Teheran e Riad si scambiano messaggi? Oppure si tratta di un ambizioso tentativo saudita di isolare ulteriormente l’Iran, avvicinandosi agli arabi sciiti iracheni? La risposta non è facile. Qualcuno - e precisamente un utente di Twitter dal nome “Mujtahid”, noto per fornire spesso dei presunti retroscena dall’interno della casata degli Al Saud - ha affermato che «il benvenuto saudita a Moqtada e ad Al Araji, assieme alla concessione di visti per il pellegrinaggio a favore di migliaia di combattenti delle milizie sciite irachene che avevano preso parte alla riconquista di Mosul, sono tutti tentativi di convincere l’Iran a dissuadere gli Houthi in Yemen dal proseguire la loro guerra».

Insomma, che l’Arabia Saudita voglia in un certo senso «scambiare» l’Iraq per lo Yemen? Nel frattempo, un funzionario iraniano in condizione di anonimato ha dichiarato ad Al Monitor di avere «dei dubbi che l’incontro tra Sadr e bin Salman riesca a porre fine alla rivalità tra Teheran e Riad». Una cosa è certa: anche se allo stato attuale non esiste un terreno comune di dialogo tra le due potenze regionali, se ci fosse la volontà di ridurre le divergenze, l’Iraq potrebbe giocare un ruolo fondamentale. Questo perché ai fini della ricostruzione del Paese arabo, sembrano poter essere importanti tanto l’ascendente che Teheran ha su Baghdad - l’Iran è stato il primo paese a correre in soccorso del governo centrale contro l’Isis, e anche il primo a consegnare aiuti militari al Kurdistan iracheno - quanto il potenziale ruolo saudita nel processo di reintegrazione nella politica nazionale dei sunniti iracheni, che spesso guardano all’Arabia Saudita come ad un «padrino», specularmente a quanto fa la maggioranza sciita rispetto all’Iran. Un simile sviluppo, ovviamente, potrebbe innescare effetti anche in Siria e in Yemen. Per adesso, però, si rimane sul piano delle speculazioni.

L’Iran continua ad essere diffidente nei confronti di Riad e dei suoi rapporti con Israele e Stati Uniti, oltre che sul ruolo che Riad ha avuto nel sostenere gruppi estremisti che prendono di mira gli sciiti prima di ogni altra minoranza. Da parte sua, Riad è egualmente diffidente rispetto alla Repubblica islamica, temendo la sua crescente influenza nel mondo arabo, che ne potrebbe minare gli interessi regionali.

Si potrebbe sostenere a questo proposito che tanto in Siria - con il mantenimento di Assad - quanto in Libano - con l’elezione di Michel Aoun, alleato di Hezbollah, a Capo di Stato - l’Iran sta prevalendo in termini di influenza regionale. Gli incontri degli ultimi giorni, se non altro, potrebbero perlomeno produrre una tregua.

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