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«Troppo cari». Gli alti costi frenano il “pieno bio”

Nemmeno la svolta green del trasporto marittimo lancia gli eco-carburanti.

L’utilizzo dei biocarburanti diventerà mai realtà nel settore dello shipping? Dopo anni dalla prima presentazione dei biocarburanti, la loro diffusione rimane incredibilmente limitata. Resta aperto il dibattito: il nuovo accordo dell’Imo relativo al taglio delle emissioni del 50% nel settore marittimo potrà contribuire allo sviluppo dei “biofuels” oppure il settore continuerà a guardare altrove?

Lo scorso aprile, l’Imo ha annunciato il primo accordo mondiale per includere il cambiamento climatico nel settore marittimo globale. Dopo una “maratona” durata due settimane e che ha coinvolto i rappresentanti di 170 paesi del mondo, è stato stabilito che entro il 2050 le emissioni di gas dovranno subire un “taglio” del 50% rispetto ai livelli del 2008. Un annuncio particolarmente importante e fortemente voluto dall’Imo che desiderava includere lo shipping nella sfida mondiale lanciata nel 2015 con il Paris Climate Agreement che aveva escluso il settore marittimo, nonostante quest’ultimo rappresenti il 3% della quota totale di emissioni di diossido di carbonio, avendo aumentato i livelli del 77% tra il 1990 e il 2015.

Un obiettivo, quello imposto dall’Imo, che è stato ben accolto delle associazioni di settore ma che ha posto, fin da subito, serie questioni in merito alla sua realizzazione. Secondo gli analisti, infatti, perché si raggiunga il target stabilito, sarà indispensabile realizzare una vera e propria transizione dai cosiddetti “carburanti pesanti” – i più utilizzati ad oggi dalle navi – verso alternative a basse emissioni.

«L’obbligo della riduzione di CO2 del 50% lanciato dall’Imo richiede necessariamente un cambiamento dei carburanti e anche dei sistemi di propulsione – dichiara Claus Felby, professore di biomasse e bionergia presso l’Università di Copenaghen – e lo richiede in modo tempestivo».

Tra i più promettenti carburanti rinnovabili vi sono il biodiesel, il bio-metano, il bio-metanolo e l’olio vegetale idrogenato che derivano tutti da scarti biologici prodotti in altre aree economiche, come l’agricoltura. A seconda della tipologia di biocarburante, si può ottenere una riduzione delle emissioni pari al 80-90%. «I biocarburanti potrebbero mettere al sicuro la sostenibilità del settore» sostiene Barry Fitzgerald, ricercatore in post-dottorato presso la Delft University of Technology. Moltissimi potrebbero già essere compatibili con l’attuale tecnologia dei motori utilizzati a bordo e potrebbero essere utilizzati nelle infrastrutture esistenti e nelle navi senza alcun tipo di attività di “retrofitting” o con interventi molto semplici.

Ciò nonostante la diffusione di questi carburanti biologici risulta estremamente limitata nel settore. I dati mostrano una percentuale che non arriva all’1% con pochi esempi virtuosi soprattutto riguardanti l’inland shipping e le brevi tratte.

«Lo sviluppo deve ancora realizzarsi – spiega Fitzgerald – il problema principale risiede nei costi, ancora troppo alti e quindi decisamente poco competitivi. Anche la conversione dei motori, in alcuni casi, può risultare onerosa, così come la mancanza di infrastrutture e di una catena distributiva dedicata». I sostenitori dei biocarburanti ritengono però che tutto possa essere superato: «Sono necessari investimenti per lo sviluppo delle tecnologie e la messa a punto di strutture efficienti» conclude Fitzgerald.

«Lo “switch” tra carburanti fossili e biologici rappresenta un cambiamento epocale che, per essere recepito, avrà bisogno di un lasso di tempo che varia tra i 30 e i 50 anni oltre, naturalmente, alla fondamentale determinazione del settore e del governo».

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