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Europa unita, ma mai così divisa / L’ANALISI

Strasburgo - Indipendentisti europeisti,semiscettici filotedeschi, populisti renitenti all’integrazione, autonomisti disorientati. Alla fine della storia, se ci sarà una fine della storia, si potrà dire che la vera colpa dell’Europa e del suo progetto d’unione non sono state le incomprensioni, i malintesi, gli egoismi diffusi

Strasburgo - Indipendentisti europeisti, semiscettici filotedeschi, populisti renitenti all’integrazione, autonomisti disorientati. Alla fine della storia, se ci sarà una fine della storia, si potrà dire che la vera colpa dell’Europa e del suo progetto d’unione non sono state le incomprensioni, i malintesi, gli egoismi diffusi, le scelte errate o fuori tempo massimo. A incrinare e sballottare il castello a dodici stelle è stata l’incapacità dei leader, in prevalenza di quelli nazionali, di anticipare gli eventi invece che inseguirli: «Un politico che ha visione deve andare da un dottore», ha sentenziato giusto ieri il primo ministro olandese facente funzione, Mark Rutte, un liberare euroteso che fatica a guardare lontano con tutti i problemi casalinghi che ha. La verità non lo ha reso libero. E, nel caso, nemmeno la distorsione della realtà. La demonizzazione di chi prova a fare ordine nella storia suona come una critica insofferente in più a quanti - a Bruxelles, Berlino, Parigi e Roma - sognano una stagione in cui scrivere un nuovo e più efficiente modello per stare insieme. Ancora.

Sforzo titanico, questo, proprio perché sull’altro piatto della bilancia di chi vuole costruire ci sono i molti che, per ragioni anche confliggenti, ambiscono a rivoluzionare la propria natura di stato, oltre di membro del club di Bruxelles. Per una parte di Europa che stringerebbe i patti del 1957 ce n’è una che godrebbe ad allentarlo o modificarne la condizione. Finita la crisi economica (non i suoi ricaschi) il continente ribolle. Si guarda alla Catalogna, anzitutto. Furbissima: vuole uscire dalla Spagna, crescere da sola e restare nell’Unione. La rottura è con Madrid, non Bruxelles. A Barcellona la fanno risalire all’assedio stretto nel 1714 da Filippo V, il primo dei re Borboni. Il referendum auspicato per il primo ottobre ha radici secolari che per Madrid «sono solo folklore». Artur Mas, ex presidente della regione, presenta la voglia di divorzio come «il segno di una democrazia viva che vuol cambiare». Ieri a Strasburgo gli eurodeputati catalani hanno chiesto al presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, di prendere posizione. «Ho la sciatica», ha scherzato il lussemburghese.

Ma anche Andrea Levy, dirigente (catalana) dei popolari al governo, pensa che sarebbe opportuno che ora l’esecutivo si schierasse «contro chi non rispetta la costituzione». Juncker lo farà se torturato. Forse. La linea adottata con Barcellona è la stessa che la Commissione tiene con la Scozia, che dopo la Brexit del rifiuto isolano che viene data per scontata al 30 marzo 2019 (senza esserlo), è corsa ad annunciare l’intenzione di un secondo referendum nel 2018 per distanziarsi da Londra e, pure lei, restare nell’Unione.

Agli appelli della premier di Edimburgo, Nicola Sturgeon, Bruxelles non replica, sebbene in molti vorrebbero salvare gli eredi degli highlander, anche loro legati al ricordo di una sconfitta bruciante, Culloden, 16 aprile 1746. È il primo di tanti motivi per cui vogliono liberarsi dal «giogo di Westminster» e mantenere aperto il redditizio rapporto con l’Unione che, a loro, ha fatto solo bene. Vallo a dire ai quattro di Visegrad, gli spiriti bollenti che adorano far cassa elettorale sparlando dell’Europa integrata di cui sono fra i soci più giovani. Divisi, persino loro, sia ben chiaro. Slovacchi e Cechi hanno rotto l’armonia del quartetto votandosi a restare nel «nucleo centrale europeo con Francia e Germania». Bieco interesse commerciale, si dirà, e tanto basta, visto che i primi sono nell’euro e i secondi tirano a un ruolo di osservatori nell’Eurozona. Questo archivia parte dei dibattiti sull’essere europei di Serie B tuttavia non chiude la questione. L’Eurofastidio è un copione polifonico. A Bratislava come a Praga ce l’hanno ad esempio con Emmanuel Macron che vorrebbe limitare la circolazione dei lavoratori per difendere i salari francesi. L’ex eurodeputato, scettico e riformista ceco, Jan Zahradil spiega che «non si vede perché lui possa difendere i suoi e noi non i nostri». Ma nella sua capitale guardano con interesse alla moneta unica, il che innervosisce i malmostosi governanti ungheresi e polacchi. Loro sì che hanno sfruttato l’inerzia comunitaria e scelto il nazionalismo populista, facendosi forza con le scaramucce bruxellesi, chiudendo le frontiere ai pochi profughi che dovevano ospitare e, visto che c’erano, riscrivendo la costituzione in modo sospetto. Juncker ha evitato di stuzzicarli. Li avrebbe rafforzarti.

I problemi potrebbe risolversi alimentando la crescita, rispondendo alle giuste paure dei cittadini, agendo sulle diseguaglianze e ascoltando di più le tante diverse voci dei cittadini. «Svegliandosi», in una parola. Missione difficile, anche per Merkel e Macron.

Atteggiamento che sembra comunque avere poche possibilità di persuadere gli aspiranti autonomisti italiani, il Lombardo-veneto che vuol più poteri dal governo centrale e le province che ambiscono a una parte dei poteri del governo regionale. È pura confusione nel mondo globale, dove le sfide economiche vengono da Asia e Americhe, rendendo inutile qualunque soluzione concertata a Belluno, ma anche a Varsavia e Budapest. A Barcellona e Edimburgo, dove hanno capito l’aria che tira, la vena è differente. Tentare la sorte dell’essere più piccoli nel più grande. E non il contrario che, più facilmente, può far davvero male.

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