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Genova, ultima chiamata per evitare il boomerang / ANALISI

Genova - Dietro le «criticità» circoscritte ieri dal numero uno dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, si agita uno spauracchio che Genova deve scongiurare in ogni modo: l’eterogenesi dei fini, e per come potrebbe essere ricalibrato in fase di conversione parlamentare.

Genova - Dietro le «criticità» circoscritte ieri dal numero uno dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, si agita uno spauracchio che Genova deve scongiurare in ogni modo: l’eterogenesi dei fini, che invece sembra sempre più materializzarsi dietro il decreto per com’è stato finora vergato, e per come potrebbe essere ricalibrato in fase di conversione parlamentare. In filigrana, ma nemmeno troppo, al messaggio ribadito dal capo Anac alle Camere, si legge un caloroso invito a non sprecare l’ultima spiaggia. Perché quelli che dovevano essere superpoteri senza precedenti da affibbiare al commissario per la ricostruzione, potrebbero trasfigurarsi nel suo opposto: un intralcio, quello sì mai visto, sottoforma di ricorsi a ogni tribunale e corte giudiziaria che l’Italia contempli.

Buon peso, di nuovo Cantone mostra un rovescio della medaglia che chiama in causa un altro argomento, la prevenzione delle infiltrazioni mafiose, che tuttavia potrebbe generare ulteriori impaludamenti. Laddove, per esempio, si dovessero stoppare gli scavi di un’impresa poiché ai nastri di partenza nessuno le aveva chiesto la radiografia anti-cosche. Fissiamo alcuni paletti. Cantone non rimarca semplicisticamente l’eccesso di potere del futuro supercommissario; ma, ed è un problema tanto più sottile quanto difficile da sciogliere, il combinato disposto fra «la deroga a tutte le norme dell’ordinamento italiano, eccetto quelle penali» e la necessità di muoversi «nell’ambito delle direttive Ue» applicandole «senza la mediazione della normativa nazionale». Cosa può accadere? Che Bucci ci rimetta dal tappo e dalla spina, con rischio d’impugnazione in primis davanti alla Corte di giustizia europea, ma pure nei tribunali amministrativi, civili e alla Corte costituzionale.

Tutti improvvisamente titolati a pronunciarsi, grazie al bizzarro insieme che consente d’incenerire le leggi nostrane, ma chiama alla granitica conservazione della cornice continentale: una discrasia già bocciata in passato dalla Consulta. L’altro versante è appunto quello del contrasto alla criminalità organizzata, che sul maxi-appalto metterà per forza gli occhi (accadde con il Terzo valico e le Procure intervennero per tempo, mentre è conclamato da dieci anni che la Liguria è una delle regioni del Nord a maggiore densità ’ndranghetista). La licenza di svicolare da tutto ciò che non sia penale dribbla in automatico il codice antimafia, l’inibizione ad affidare commesse pubbliche a chi ha subito «interdittive» dalle prefetture. Cantone butta lì una bella stilettata politica («si tratterà d’una dimenticanza, il governo è così attento alla legalità...») e lasciamo che se la veda con Salvini. Ma cos’accadrebbe se in corso d’opera si appurasse che una ditta schedata dal Viminale come potenzialmente collusa ai clan, è attiva nel maxi-cantiere genovese? Revoche, polemiche e tempi lunghissimi. Si dirà: il governo deve accelerare come mai è accaduto nel nostro Paese ed è giusto prendersi qualche rischio. Ok. Ma il monito dell’Anticorruzione è un muro contro l’improvvisazione, un’ultima chiamata, e su quest’aspetto le premesse non sono delle migliori. Nel rispondere alle perplessità dell’Anac sulla carenza di anticorpi ai boss, Palazzo Chigi puntualizza che non ci sarà «nessuna deroga sul fronte penale, solo sulla burocrazia». E allora di nuovo Cantone a spiegargli che sì, almeno quello era chiaro ma lui parlava di un’altra partita, i cartellini gialli delle prefetture, le «interdittive» che con i tribunali (penali) non c’entrano eppure funzionano da “certificato” antimafia: «Credo abbiano capito male (o troppo bene? ndr)», ha ripetuto. Sui poteri del supercommissario bisogna volare alto, fare presto e bene. Se si fa solo presto, rischierà poi di diventare tardissimo

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