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Ma in Italia le compagnie non scompariranno

La Compagnia di Genova non morirà, cari Marco e Roberto. Ma i problemi sono di portata tale da scuotere ormai, come conferma anche Franco di Trieste, quasi tutti gli scali italiani. Non Savona e altri porti minori, che hanno saputo autoriformarsi brillantemente all’interno della sgangherata ma vigente legge 84/94. E certo non Livorno, che in rapida successione è riuscito a piazzare alla presidenza dell’Autorità portuale prima il segretario della Cgil (oggi manager Contship) e poi addirittura il console dei portuali. Ma quello è un altro pianeta. Per tutti gi altri, il futuro è tremendamente incerto, spesso impalpabile.

Considerata la situazione attuale, condivisa in parte l’analisi del signor Massimo e perdurando disinteresse e disgustosa impreparazione di governo,  opposizione e leader sindacali sui temi della portualità e dello shipping (come rilevano Enrico e Luigi Patrone), le scelte a breve termine sembrano obbligate. E cioè abbandonare casacche partigiane, miti e verità assolute. Smetterla di minacciare guerre sante: significa aver già perso in partenza. E finirla una buona volta con l’usare il resto del mondo come fosse un taxi privato: un giorno il partito o il sindacato compiacenti, il giorno dopo un cardinale, una volta il presidente del porto o il ministro di turno e l’altra il prefetto.  Siamo in un altro mondo. E il problema è: che cosa possono fare le Compagnie portuali con l’attuale normativa? Possono reggere dal punto di vista economico?

Per salvare occupazione e stipendi e ricostruire pur tra questi chiari di luna, penso sia però necessario congelare l’esistente, all’interno ovviamente della legge 84/94. Improponibile e di cattivo gusto suggerire ai soci di una Compagnia di farsi assumere da un’impresa privata, se non in presenza di una scelta del singolo lavoratore. Mi pare indispensabile che le Compagnie continuino a fornire manodopera specializzata, servizi logistici e mezzi meccanici ai terminalisti con cui le stesse Compagnie hanno sottoscritto o stipuleranno regolare contratto. Contratto di fornitura continuativa, non in caso di picchi del lavoro che oggettivamente non esistono più. Il prezzo da pagare è il blocco temporaneo delle assunzioni da parte dei terminal privati, compensato però dalla salvaguardia del lavoro dei giovani portuali. Che successivamente dovranno strutturarsi in modo da essere competitivi sui mercati ed efficienti in termini di tempi e rese. Se le Compagnie superano i due esami – quello normativo e quello economico – meritano di vivere e di vivere bene. Distribuendo naturalmente più di 1.000 euro al mese.

Certo, su Genova pesano antiche responsabilità, che hanno finito per condizionare l’intero movimento dei portuali italiani. La prima, riconosciuta dagli stessi leader storici: non aver avuto il coraggio di accettare, alla metà degli anni Ottanta, la nuova organizzazione proposta dall’allora presidente del Cap, D’Alessandro, che garantiva protagonismo, continuità e buona gestione del ciclo produttivo. Lasciando così spazio alla furia legislativa di chi voleva davvero sbarazzarsi dei portuali e facendosi poi inghiottire dalla logica (funesta) dei compromessi e delle mediazioni. Sempre più al ribasso: l’arte sublime di arrangiarsi da soli, prevalente sull’idea di un modello operativo buono per tutti e a tenuta stagna. Seconda responsabilità: non aver almeno tentato di costruire una solida rete di alleanze sociali, basate su valori e strategie e non solo su interessi contingenti.

Sarà perché sulla Chiamata del porto sono cresciuto come cronista, sarà perché conservo passione e affetto per quel movimento, che un tempo miscelava politica, solidarietà e genialità. Ma credo sia ancora possibile anticipare le follie dei burocrati e dei ministri di turno: mettendo in gioco secoli di storia per contribuire a scrivere l’ultima pagina di un’autoriforma inattaccabile e inespugnabile.

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