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Lavoro sui moli, la lezione di Barcellona

A Barcellona le società terminalistiche e la compagnia portuale Estibarna hanno rinnovato il patto per il lavoro, trovando l'accordo su un nuovo sistema di rotazione, che dovrebbe salvaguardare l'occupazione di un migliaio di portuali. Lavoreranno meno, ma l'occupazione dovrebbe essere garantita per tutti i 1.200 portuali dello scalo catalano. Tutti i maggiori scali mondiali e mediterranei, del resto, stanno pagando la contrazione dei traffici con una flessione delle giornate di lavoro dei portuali che mediamente si attesta intorno al 30%. Il problema di fondo, a Barcellona come a Genova e nei porti italiani, è legato all'applicazione di misure immediate in tema di investimenti, recupero di competitività, certezza normativa e gestionale. La risposta è un ridicolo e teorico trasferimento di risorse da parte dello Stato, del tutto insufficiente perfino per la manutenzione ordinaria. In compenso apprendiamo che Ancona (!) sarà inserito nel novero dei grandi porti internazionali, grazie al baratto felicemente concluso tra il ministro Matteoli (che ha imposto il suo candidato presidente, un avvocato livornese) e il governatore Spacca.

A Genova, la scure della crisi taglia lavoro e addetti dello shipping nel silenzio sempre più imbarazzante della città, ad iniziare dal sindaco, dalla giunta, dalla maggioranza e dall'opposizione in consiglio comunale. Conforta scoprire che nei giorni scorsi l'assessore Margini ha finalmente constatato di persona quanto questa politica sia lontana dalla realtà e dalla gente. E tra la gente, vanno naturalmente catalogati i portuali della Culmv e i soci della Compagnia Pietro Chiesa. Rispetto ai quali nell'immaginario collettivo l'approccio sembra essere di almeno 4 o 5 tipi: 1) chi se ne importa, ne faccio a meno, vivo bene o male allo stesso modo; 2) basta con questi camalli rompipalle e scansafatiche, sono complici della mancata modernizzazione del porto; 3) lavorano poco e male, si sono sempre fatti gli affari loro e adesso vorrebbero che tornasse di moda anche il salario garantito; 4) Culmv e Pietro Chiesa rappresentano un pezzo importante della storia di Genova, i portuali sono professionisti indispensabili e indiscutibili nel processo produttivo della logistica; 5) la Culmv deve modernizzarsi e rispettare precisi criteri di gestione economica, all'interno di un quadro normativo ben definito.

Per quel che vale, la nostra opinione ricalca sostanzialmente i punti 4 e 5. Con una nota a margine: risolvere il problema Culmv (legato non solo alla gara imposta dal ministro Matteoli perché i portuali ottengano regolare concessione ad operare come fornitori di manodopera ma anche all'assenza di ammortizzatori sociali in questo momento di crisi), significa rinsaldare la comunità portuale e compiere un bel balzo in avanti.

Che fare? Sul Secolo XIX, abbiamo riflettuto su questa base. Coinvolgere l'intero organico della Culmv, perché ci pare un errore pensare di dividere in due i lavoratori della Compagnia tra chi transita nell'articolo 17 (fornitura di manodopera) e chi va a fare impresa con l'articolo 16.  Sarebbe socialmente ingestibile. Ideale, forse, un bando (tipo Savona, Ravenna..) che prevede per il 17 la possibilità di prestare mano d'opera e mezzi, permettendo la costruzione di una tariffa, se richiesta, a forfait. Inoltre, sarebbe sufficiente inserire nel bando il contenuto e quindi il rispetto del patto sul lavoro sottoscritto tra Culmv e terminalisti. Al bando, infine, potrebbero partecipare sia la Culmv che la Pietro Chiesa in Associazione temporanea di imprese, previo accordo interno: una opererà su tutto il porto e l'altra solo nel terminal rinfuse. Il riconoscimento della cassa integrazione alla Culmv per l'anno trascorso, infine, dovrebbe essere fatto con deroga e strumento legislativo, altrimenti la magistratura si metterebbe di traverso. Matteoli avrà tempo e voglia di occuparsene?

Ma al di là di leggi, regolamenti, gare e numeri, serve un accordo per e sul lavoro. Altrimenti chi chiama i portuali a lavorare?

Accantoniamo sciocchezze demagogiche e ostilità ideologiche, diamo per scontata la fine dei corporativismi: l'obiettivo è oggi migliorare e modernizzare il sistema. Da qui si dovrebbe ripartire, con la concretezza del fare che la politica sembra avere dimenticato. I governi stanno correndo in soccorso di tutti i grandi settori produttivi e finanziari. Anche l'Italia si muove. Per molti, tranne che per i porti e lo shipping.

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