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Crisi, i porti
tra scetticismo
e speranze

Chissà perché quelle cose che capitano a tutti, debbono accadere soltanto a Genova… Basta pescare a caso nella stampa estera, per scoprire che quasi tutti si sono accorti del mutare della stagione, ne hanno colto le sfumature. Si sono pure spaventati e attrezzati. E noi? Sempre incattiviti e contorti, rimpiccioliti.  Non riconosciamo più modelli imposti dall’alto, ma non riusciamo a produrne di nuovi. Per pigrizia, disattenzione, disfattismo, disamore. Egoismo diffuso. Indisponibilità a fare squadra per uscire dal guscio, a coltivare la cultura della positività e della felicità, per quanto possibile. A Genova, la mancata crescita del business portuale e logistico è uscita dall’agenda politica senza alcuna indignazione popolare.
Non riusciamo più a scorgere quanto di buono esiste ancora a un passo da noi. Potremmo, ad esempio, approfittare della pesantissima crisi per recuperare il tempo perduto. Costruire il nuovo, condividere un progetto comune che ci unisca. Il mondo corre veloce e le opportunità, che non mancano, possono passare e non tornare. Per vedere vicino, bisogna guardare lontano, riscoprire le risorse di intelligenza e capacità, la tradizione e la storia imprenditoriale. Non possiamo rassegnarci ad una dimensione di città di periferia: sarebbe tradire Genova.
Costruire e progettare il futuro, mentre si puntella il presente. Immaginare quale porto si voglia lasciare in eredità a figli e nipoti, e non soltanto chiedersi quale finzione scenica debba essere inventata per vincere il prossimo appuntamento elettorale.
Sotto la Lanterna, a febbraio, è stato movimentato lo 0,1% di container in meno rispetto ad un anno fa. Ma nel febbraio 2008, Genova scontava il blocco del Vte: considerando il dato del 2007, la flessione è stata di 20.000 teu: 121.000 quest’anno, contro i 142.000 del 2007. Il terminal che più paga il ritardo nei lavori di ampliamento delle banchine, è il Sech che, in un mese solo, ha visto quasi dimezzati i suoi traffici. La realtà e che stiamo vivendo il momento più drammatico per l'economia mondiale degli ultimi 40 anni, siamo in presenza di una crisi imprevedibile e imprevista che ha colto tutti impreparati. E le aziende che ruotano intorno allo shipping vivevano una fase di espansione, con investimenti già lanciati. La maggior parte degli armatori sta cercando di congelare i programmi di nuove costruzioni, alcuni pagano ingenti penali ai cantieri navali di tutto il mondo per poter evitare di ritirare le navi. Nelle rade naturali di Hong Kong e Singapore sono migliaia le navi vuote in semi disarmo. I noli marittimi sono ridotti a zero soprattutto nel campo del traffico containerizzato, quello che si occupa del trasporto di generi di consumo.
Mai nella storia dello shipping erano stati raggiunti noli tanto ridicoli: trasportare un container da Shanghai a Genova costa infatti molto meno che trasportarlo da Genova a Milano. Il nolo Genova/Shanghai ha poi un valore vicino allo zero. I grandi gruppi armatoriali stanno riducendo i loro servizi in maniera drastica. Gli stessi vettori marittimi travolti dalla crisi chiedono ai fornitori di dar loro una mano e di effettuare importanti riduzioni dei prezzi.   Non esiste un gruppo che non abbia chiesto o chieda al terminal operator di cui si serve, sconti e riduzioni pesantissimi, il tutto dopo aver ridotto i suoi traffici in maniera drastica.
In questa situazione, ci sembra che per difendere il lavoro vi sia una sola cosa da fare: dare finalmente il via ai lavori per l’ammodernamento dei porti, ad iniziare dai dragaggi per Genova e La Spezia, per proseguire con opere vitali come il tombamento di Calata Bettolo a Genova, l’avvio della piattaforma per contenitori di Vado, la realizzazione del Terminal di Levante a Napoli, l’estensione del Molo VII a Trieste. E’ proprio questo il momento in cui è necessario ridare fiato agli investimenti: negli ultimi 15 anni solo a Genova i terminalisti privati nel loro insieme hanno assunto 2000 dipendenti diretti, investendo 500 milioni. Con un colosso come Msc dietro l’angolo, è vitale che i lavori si facciano subito, altrimenti la crisi rischia di trasformarsi in dramma soprattutto per i terminal che, iniziare dal Sech, hanno maggiore necessità di adeguare i propri spazi alle nuove dimensioni delle grandi portacontainer dell’ultima generazione.

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