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Investimenti a rischio, il futuro governo deciderà da che parte stare / L’ANALISI

Genova - Privare i porti, e le città che li ospitano, delle risorse necessarie al loro sviluppo è un errore che un Paese che fatica a risollevarsi dalla crisi non può permettersi.

LA natura giuridica di quelle che fino a pochi mesi fa chiamavamo Autorità portuali, prima che una riforma nata per semplificarle ne complicasse addirittura il nome, è al centro di un dibattito che va avanti praticamente dal 1994, anno dell’apertura ai privati del settore. Un’incertezza che non è sfuggita ai burocrati di Bruxelles, a giudizio dei quali le Authority non possono esimersi dal pagare le tasse, esattamente come le altre imprese. Senza entrare nel merito della questione, va rilevato come l’esito che si prospetta rischi di penalizzare due volte il sistema portuale italiano: da una parte l’aumento delle tasse, diretta conseguenza dell’avvertimento comunitario, andrà a danneggiarne la competitività; dall’altra l’eterna promessa dell’autonomia finanziaria dei porti subirà un colpo potenzialmente letale. Uno scenario tutt’altro che fantasioso, di fronte al quale il futuro governo del Paese dovrà decidere come comportarsi. Le strade sono due: la prima è il rispettoso adeguamento alle osservazioni europee; la seconda, quella più auspicabile, è la difesa – e il dovuto adattamento alle direttive della Commissione – di un percorso di potenziamento degli investimenti in infrastrutture, frutto anche delle tasse incamerate dalle Authority. Privare i porti, e le città che li ospitano, delle risorse necessarie al loro sviluppo è un errore che un Paese che fatica a risollevarsi dalla crisi non può permettersi.

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